Ho deciso di scrivere di questo argomento perché vorrei condividere alcune riflessioni e idee che in questo periodo hanno accompagnato le mie letture. Non intendo certo aggiungere un contributo critico: sarei senz’altro immodesta anche solo a pensare di poterlo fare. Voglio parlare di come sia stato, per me, oggi leggere Jack Kerouac e di cosa possa significare, oggi, incontrare le storie e le opere che ci hanno lasciato gli artisti della Beat Generation: se racconto la mia esperienza è solo perché spero che questa incuriosisca altri lettori.
Ho letto per la prima volta Kerouac tra la terza media e la quarta ginnasio, in un momento in cui scoprivo la scena musicale degli anni ’60 e ’70: Bob Dylan, Jimi Hendrix, Jim Morrison. La lettura di “Tarantula” mi aveva spinto a cercare i testi di Allen Ginsberg e da lì a Kerouac il passo fu breve. Nella mia percezione di adolescente tutti questi artisti descrivevano un Eden perduto a cui guardavo con impossibile nostalgia e avevano vissuto in un un momento della storia del mondo che avevo mancato e che mi rammaricavo fortemente di avere mancato. Benché appartenenti a generazioni molto diverse, io li percepivo tutti come un unicum artistico e non avevo tenuto conto che quando Kerouac moriva, all’età di 47 anni, nel 1969, Dylan incontrava Johnny Cash e pubblicava Nashville Skyline; mentre Kerouac scriveva in tre settimane “Sulla strada”, nel 1951, Dylan aveva 10 anni. Quello che per chi visse era stato un abisso generazionale veniva schiacciato da un mio errore di prospettiva storica: all’epoca, a 13, 14 anni, avrò senz’altro letto che il periodo non era lo stesso, ma penso di non avere capito quanto questo potesse essere significativo. Mi pareva solo che il mondo di cui leggevo fosse di molto migliore di quello in cui vivevo e non trovavo quando e come quella scintilla favolosa che secondo me risplendeva attraverso le pagine scritte si fosse persa. All’epoca, degli autori della Beat Generation, lessi la raccolta di poesie “L’Urlo” di Ginsberg e “Sulla strada” e “I Vagabondi del Dharma” di Kerouac. Tutti e tre, in maniera differente, mi piacquero e mi rimasero nel cuore.
La visione dell’ottimo film/documentario ispirato a “L’Urlo” di Ginsberg () e altri vari motivi mi hanno spinto a riprendere in mano quello che avevo letto - a distanza di così tanti anni - e anzi a leggere anche altro che all’epoca avevo tralasciato. Così ho riletto la raccolta di poesie di Ginsberg e poi “I vagabondi del Dharma”.
Di quel romanzo ricordavo l’atmosfera e soprattuto la parte della storia in cui il protagonista ed il suo amico Japhy (in realtà GarySnyder – Pulitzer per la poesia nel 1975) vanno a fare un’ascensione in montagna (nello Yosemite, sul Matterhorn –il Cervino locale); e rileggendolo ho capito perché di tutto il romanzo ricordavo soprattutto quella parte. E’ meravigliosa. E a tanti anni di distanza l’incedere zen degli alpinisti, il fascino, lo stupore, il sublime della loro esperienza trapelano tali e quali come li avevo letti allora e forti e vividi come li scrisse Kerouac.
Questo romanzo ci racconta una parte della vita del protagonista - che poi è anche una parte della vita dell’autore - con una forza straordinaria: è luminoso come i paesaggi che descrive, limpido e puro come l’aria delle montagne verso il quale è attratto continuamente il protagonista. La vita palpita letteralmente nelle sue pagine, in tutta la sua bellezza; o meglio sfolgorando di una bellezza che ogni vita potrebbe avere. Scorrevole, divertente, affascinante: leggere questo romanzo ci permette di sbirciare un‘epoca meravigliosa di cui abbiamo dimenticato la chiave d’accesso.
E le persone di quell’epoca hanno molto da dirci, in realtà.
C’è un passaggio in cui il protagonista critica - con il tono sincero, mai snob, davvero partecipe con cui ci racconta ogni cosa – la scelta delle persone che vede stare dentro le case davanti alla tv, la sera, invece di uscire, vedere gli amici, le ragazze, suonare o ubriacarsi. E’ il modo in cui lo dice, il contesto in cui lo dice, che fa capire che poco lontano da noi, nel tempo, è esistito un mondo molto molto diverso da questo, in cui i desideri, le aspettative, le tensioni erano tutt’altre dalle nostre. Così distanti che se uno dei protagonisti di quel romanzo passasse una serata a parlare con un proprio coetaneo di oggi la comunicazione sarebbe nulla.
Il senso di libertà, l’amore per la vita, il desiderio di conoscere il mondo, capirlo, di entrare in empatia con le persone che si respira in quelle pagine, confrontato con l’habitat sociale e culturale in cui viviamo oggi, ci dicono che il sentiero che percorriamo – senza sapere dove porta, da sempre – ha preso una direzione molto diversa da quella a cui puntava all’epoca.
Presa dall’entusiasmo, appena finito I Vagabondi del Dharma ho cercato, comprato e letto “Big Sur”. “Big Sur” ci racconta un altro pezzo della storia di JK, quello in cui, scrittore già “famoso” – e non più vagabondo come nel romanzo di cui sopra – cerca rifugio dalla notorietà e dall’assillo dei fan (!) in una solitaria casa a Big Sur. Questo romanzo, rispetto a “I vagabondi del Dharma”, è, se possibile, l’esatto contrario, dal punto di vista dell’atmosfera e delle sensazioni che trasmette. E’ un vero horror dell’anima in cui il paesaggio aspro e selvaggio - le onde spaventose ed insistenti dell’oceano, gli orridi del canyon – sono la manifestazione fisica dell’angoscia divorante che insidia il protagonista fin dalla prima pagina. E’ un thriller spirituale, in cui il protagonista combatte un male oscuro dentro di sé , una sorta di “lato oscuro” che tende a prendere il sopravvento nei momenti più inaspettati e il cui scopo sembra essere la distruzione di ogni felicità. Le parole di Kerouac - lo stile con cui ci parla da mezzo secolo di distanza - riescono ad essere così coinvolgenti che le differenze storiche passano in secondo piano rispetto alla forza dell’impatto drammatico. E così ci troviamo emotivamente trascinati in questo incubo dello spirito così lontano dalla serenità de “I vagabondi del Dharma” che ci chiediamo se ci spaventi di più l’incubo in sé o la realtà del fatto che il nostro animo possa passare dalla più pura gioia di vivere al più crudele cupio dissolvi, come avvenne per l’autore. Una grande lezione davvero e un grande romanzo.
Infine ho ripreso in mano “Sulla strada”. Di questo avevo ricordi più vaghi: ne ricordavo solo il flavour o meglio avevo un ricordo del ricordo del suo flavour che in realtà non corrispondeva completamente a quello che ho poi ritrovato. Il romanzo fu scritto nel 1951, ma pubblicato solo nel 1957 dopo qualche cambiamento, tra cui l’introduzione di uno pseudonimo per i personaggi: è infatti la storia di alcuni anni della vita del protagonista/autore in compagnia di alcuni amici (persone reali e artisti a loro volta) e dei loro viaggi tra l’est e l’ovest degli Stati Uniti. Oggi è anche possibile leggere la versione originale, che JK scrisse su un rotolo di carta unico che aveva ricevuto in regalo, con tanto di nomi veri.
E’ incredibile come questo romanzo – che è quasi un diario – sia ricco e come questa sua ricchezza induca le più diverse reazioni e riflessioni, in conseguenza soprattutto di chi lo legga e di quando lo legga. Ho letto l’introduzione della versione italiana storica, di Fernanda Pivano, del 1958 e questa introduzione ci porta nell’Italia del 1958, quasi quanto il romanzo ci porta nell’America del 1951. Gli occhi di chi lo ha letto allora, qui, vedevano il sorgere di un’epoca che per noi è già completamente storicizzata e non potevano cogliere la forza di quelle idee e insieme la loro fragilità: effimere e ormai smarrite, ci appaiono ancora più seducenti perché oggi ne resta solo qualche pallida ombra. Embrione di critica radicale al sistema consumistico/capitalistico, il “way of life” descritto nel romanzo, così fortemente antiborghese ed anarchico, viene interpretato come una semplice via di fuga alle responsabilità della vita adulta, come reazione di disagio giovanile. Ideali che diedero vita poi al ’68 e alle comunità hippy vengono completamente travisati e minimizzati come spinte adolescenziali (che poi, JK, nato nel 1922, non era certo adolescente, all’epoca dei fatti narrati!). Era chiaramente il primo impatto e, in effetti, pochi anni dopo, come si legge nella postfazione a “I Sotterranei” del ’62, sempre della Pivano, la portata di queste idee venne infine compresa: è ancora più doloroso vedere come quelle che sono state per due decenni (anni sessanta e settanta) idee fortissime e rivoluzionarie siano ora praticamente estinte, creature di un ramo esaltante ma forse morto dell’evoluzione.
JK mette in scena un’America dolente e povera, lontanissima da quella attuale, che abbiamo imparato a conoscere così bene dalle migliaia di narrazioni “moderne”: un’America poco distante da quella dell’epopea western, nella mentalità e nelle aspettative, con macchine al posto dei cavalli, ma con lo stesso spirito individualista, ribelle, anarchico e libertario.
Gli elementi di sorpresa sono tantissimi: il mondo in cui si muove è per noi così lontano nella storia da sembrarci esotico. Un mondo con la CocaCola e le automobilli, ma in cui le telefonate arrivano al lattaio sotto casa persino nel civilizzato Est; in cui si impazzisce per il Jazz, ma in cui si dorme in albergo con un dollaro; un mondo in cui per trovare una persona si va fisicamente nella città in cui abita e si gira per strada sperando di incontrarla. Nell’eterno presente in cui viviamo abbiamo dimenticato che il mondo non è sempre stato come è ora e fa tanto più impressione vedere questo “shift all’indietro” proprio in America - in California - un posto che nel nostro immaginario colleziona tutto quanto è futuro, l’incarnazione geografica stessa del futuro. E’ un mondo in cui il lavoro c’è , ma non viene visto come un obiettivo di realizzazione personale, anzi. Un mondo in cui cercare di soddisfare le proprie aspirazioni, i propri desideri, è considerato normale. In cui interrogarsi su quali siano questi desideri, è normale. E questo è forse lo stacco più forte.
Leggere queste pagine oggi, in cui l’unica mentalità è inconsapevolmente, incommensurabilmente rinunciataria e allo stesso tempo avida, in cui parlare di “realizzazione dei propri sogni” non può che generare cinici sorrisetti sarcastici nel proprio interlocutore, in cui l’unica aspettativa socialmente rispettabile è quella dell’accumulo economico, beh, fa impressione.
E’ l’idealismo, la sincerità intellettuale, la forza dei desideri dei protagonisti che colpisce. L’intensità con cui cercano di vivere, lo sguardo appassionato e empatico che hanno per ogni cosa - dalla prepotente natura del selvaggio west alla dolcezza dei villaggi messicani, dall’amore improvvisato per una ragazza incontrata per caso all’ossessione nella ricerca del padre scomparso - sono ciò che colpisce davvero.
“Sulla Strada” è un meraviglioso affresco dell’America come è stata in un preciso momento storico e, se da una parte ci permette di scorgere la nuova visione del mondo che stava maturando, dall’altra ci offre uno sguardo iperrealista su quello che nel romanzo è il presente: benché quell’America non esista più, conoscerla ci aiuta a capire il vero oggetto del rimpianto di chi oggi ricorda con amore il “passato” e di quale sia il nocciolo duro dello spirito americano; un’anarchia che non ha nulla a che vedere con le intellettuali utopie di stampo europeo, perché è di fatto assenza dello stato; un senso di solidarietà completamente laico che ricorda più quello che si genera spontaneamente quando incontriamo qualcuno in una zona selvaggia che non quello sovraccarico di significati etici e morali che siamo abituati ad incontrare, soprattutto nella cattolica Italia; un senso di libertà autentico, un individualismo così naturale che sembra completamente normale non dover esibire documenti per ogni cosa e girare liberi ed irrintracciabili di città in città.
E questo Eden perduto non appare come una chimera: semplicemente è, intrinseco all’enormità degli spazi, prodotto da una storia di persone – poche – venute da lontano per abitare una terra immensa, ognuno solo in mezzo alla Natura che a volte è amorevole e a volte spaventosa, ma sempre è sublime. L’assenza dello stato è palpabile, lo spirito anarchico forte e reale, perché insito nella tradizione stessa dell’America.
E in questo mondo così strano per noi che leggiamo oggi (che magari leggiamo su un ebook reader linkato ai nostri nome e cognome e carta di credito, su un bus elettrico – il pieno di benzina a 2 dollari? - o in una saletta d’attesa videosorvegliata) viene raccontata quella che in realtà, tra fughe, corse in macchina a velocità folle (limiti di velocità? Multe? sono concetti nemmeno esistenti, non si tratta di trasgressione, solo di un mondo “pre-regole”), incontri inaspettati e addii ripetuti, è una intensissima storia di amicizia. Un’amicizia difficile, ma per questo più dolorosa: incondizionata, assoluta e trascinante, è il vero motore della storia ed è davvero affascinante: le vicende del protagonista e del suo amico (Dean, in realtà Neal Cassady, altro scrittore statunitense) ci trascinano da un punto all’altro dell’America senza che ne siamo mai paghi… leggere JK ci fa guardare a noi stessi con nuovi occhi: forse siamo noi quelli davanti alla tv (come direbbe DFW, quelli che guardano i mobili), leggendo, chissà che non ci venga voglia di spegnerla.