domenica 14 dicembre 2014

SS.FF. - Che mi hai portato a fare su Trantor se non mi vuoi più bene? - una lettera aperta su un piccolo ma significativo evento.

Questo è un intervento scritto da Denise, appassionata lettrice (non necessariamente e non solamente di genere), amica di tanti altrettanto appassionati lettori, frequentatrice di convention dal 1988, maniaca di DFW e da poco tempo autrice essa stessa (spesso insieme a Ugo Polli); di alcuni racconti "transgender" se mi si passa il termine (noir, giallo-storico, horror-politico, fanta-stico/scienza?) e di un romanzo breve di fantascienza, letto molto di più dai lettori mainstream che da quelli di fantascienza...
Questo intervento nasce dalle interessanti discussioni - live con Ugo Polli e virtuali con tanti altri (amici anche in real life, o solo di fb) - intorno a quella che personalmente considero un evento-seme, un punto di svolta, un'occasione meravigliosa... la querelle NA: per sintetizzare - e per chi non c'era - la pubblicazione da parte della nota e prestigiosa rivista Nuovi Argomenti di un numero "ispirato alla SF italiana".
Perché voglio scrivere questo intervento? Perché penso, immodestamente, di poter scrivere al di sopra delle parti: sono molto più lettrice che scrittrice, conosco l'ambiente della SF dagli anni ’80, da quando non c'era Delos, Fantascienza.com, la Kipple, il Connettivismo etc..... Perché non ho una casa editrice, una rivista, non appartengo a nessun gruppo, a nessuna scuola - benché gli amici connettivisti mi abbiano adottato :-). Perché anche, pur conoscendo tutti "di qua", conosco alcuni anche "di là": Vanni Santoni alias Territorio Nemico che ho incontrato a Torino Una Sega - kermesse di reading collettivo scherzosamente anti-Salone di Torino e Paolo Zardi che ho conosciuto in un percorso diverso, tramite il suo libro di racconti Antropometria e gli editori della Neo Edizioni, conosciuti a loro volta ad una fiera del libro a Pisa.
Quindi incontri causati dall'amore per la lettura, per la narrativa, per la letteratura.
Tutto questo per sgombrare il campo da dubbi eventuali (Nessun Dubbio eh eh) sul perché o sul come...
Quello che a me interessa è provare ad esprimere il mio parere sulla questione "narrativa" e "narrativa di genere" in Italia e cercare di costruire un quadro comune, uno spazio comune, forse un linguaggio comune in cui gli interlocutori possano parlare. Perché la prima cosa che è per me ormai è chiara è che spesso le persone non trovano una via perché semplicemente parlano lingue differenti. Perché ciò che per uno è pregevole o prezioso, per l'altro è da aborrire e viceversa.. e non parlo della banale "questione di gusto". Confrontandomi in questi ultimi anni (e da sempre), come autore (e come lettore), con altri autori (e con altri lettori), da Ricciardiello ad Asciuti, da Cola a Vietti, da De Matteo a Mastrapasqua, da Santoni a Zardi, ho capito che -semplicemente - i criteri con cui ognuno realizza i propri oggetti narrativi sono differenti, tecnicamente differenti: si perseguono obiettivi diversi, si considerano difetti quelli che per altri sono pregi... E notate che non sto parlando del risultato: sto parlando di differenze di intenzione. E queste sono a mio avviso le più importanti: infatti potrebbe addirittura accadere che un lavoro di un autore A sia molto apprezzato da un lettore B ... per motivi del tutto diversi da quelli per cui A ha deciso che il suo lavoro fosse buono e valesse la pena di essere completato...
Il punto è che il lettore consapevole (ammesso che esista) sa benissimo cosa gli piace e perché. E man mano che evolve, nella sua ricerca e nella sua esperienza, diviene sempre più capace di capire cosa gli interessa e cosa no.
Il primo punto che un autore deve risolvere, secondo me è: qual'è il tipo di lettore consapevole che può amare quello che io scrivo?

Se andiamo a vedere bene, sia il lettore di Volo sia il lettore di Eco sono lettori consapevoli. Anche i lettori dei romanzi del premio Strega. E anche i lettori di Urania. Sono solo lettori diversi, che cercano cose diverse. Ma sono (per la maggior parte) lettori consapevoli che hanno chiaro cosa è "buono" per loro e cosa no. Cosa piace a loro e cosa no. E io sono convinta che sì, ci siano partigianerie, gruppi prezzolati, strategie di marketing... non sono ingenua: ma alla fine, quali che siano i motivi per cui un lettore "apprezza" qualcosa, resta un lettore che "apprezza" quella cosa e la difenderà a scapito di altre. Che sia intellettualmente onesto o no, non ha davvero importanza. Pensateci.
Quindi: abbiamo diverse classi di lettori. E su queste si mappano diverse classi di scrittori, perché comunque uno scrittore è  - deve essere - prima di tutto un lettore. Tipicamente cercherà di scrivere ciò che ama leggere. Anche no. Di nuovo, non ha importanza. Ha importanza però quali siano i suoi obiettivi, quali cose ricerchi: realismo? moralismo? divulgazione scientifica? esercizio di stile? mattoncini accademici da inserire nella storia della letteratura? la dimostrazione della propria cultura? la dimostrazione che si sappia cosa sia il postmodernismo? che lo si conosce ma si è vista una strada per superarlo? l'ambizione ad un premio? la soddisfazione del pubblico di una certa rivista? di una certa comunità? di un certo ambiente?
Secondo me chiunque scriva ha in mente - non può essere altrimenti - un obiettivo: scrivere il proprio capolavoro (! ex: Dan Simmons), vincere il premio Kipple o il premio Strega o un concorso con premi in denaro, pubblicare sul New Yorker o sulla Harper...

Prendere atto del relativismo ci aiuta a capire chi abbiamo davanti quando scriviamo: consideriamo quanto leggiamo sul web, in forma di critica o anche di semplici impressioni o di recensioni; si può trovare praticamente qualunque affermazione su singoli romanzi o singoli autori. Se immaginassimo una sola persona che scrive tutti questi commenti, immagineremmo uno schizofrenico... se uno dovesse cercare lì, in questa opinione "del web" un orientamento per capire cosa sia "meglio" e cosa sia "peggio" impazzirebbe... ... e non parlo di "lobby"; ho visto molte affermazioni davvero sincere che appaiono incredibili... ho letto e sentito persone davvero in buona fede difendere o attaccare diversi 'oggetti narrativi' per motivi che altri nemmeno comprenderebbero... Il background dei lettori è diverso, quello che viene da loro cercato è diverso. Tutti questi "tipi di lettore" partizionano l'insieme totale in una serie di sottoinsiemi.
Ognuno di noi sa cosa ama leggere e sa cosa scrive, cosa può scrivere... e può collocarsi in uno dei sottoinsiemi. Qual è il problema, allora?
Il problema è che questi insiemi sono normalmente chiusi: è difficile migrare da uno all'altro. Ed eccoci al casus belli: scrittori che scrivono per Robot (e Kipple e Urania etc..) non scrivono per NA (e altre riviste di quel tipo) e viceversa. Semplicemente non succede. Sono sottoinsiemi che o si ignorano o si conoscono ma non comunicano.

Quindi ognuno ha la sua nicchia? il suo ghetto? la sua piccola cerchia di plaudenti? no, io vorrei che non fosse così. Vorrei leggere buoni racconti tout court. E secondo me il confronto fra autori può solo migliorare la qualità degli oggetti narrativi prodotti: ci sono lettori e autori che apprezzano Simmons e Peace, Wallace e King, Vidal, De Lillo, Ellroy e Herbert, Farmer, Dick,Wolfe, Lethem e Delany. Ci sono lettori per cui è importante l'originalità della struttura, la raffinatezza della lingua: ma anche la forza della storia, la profondità della riflessione. Il rispetto per il lettore: il lettore vuole storie e personaggi; motivazioni, urgenze. Noccioli. Un racconto riuscito è una piccola opera d'arte, qualcosa che resta dentro, qualcosa che è piccolo perché l'autore ha tolto tutto quello che non serve. Ed è rimasto solo l'essenziale. Ogni occasione che abbiamo di pubblicare un racconto dovrebbe spingerci a scrivere il nostro miglior racconto: il "Per sempre lassù" della nostra vita.
Possiamo almeno provarci? La fantascienza non deve essere un alibi per rinunciare in partenza a scrivere bene. La storia della letteratura di sf più recente dipana una teoria di opere eccezionali: dopo Dick e Ballard e Shiner e Delany... ci sono stati Gibson, Sterling, Stephenson, Simmons, Lethem, Stross, China Mieville e... Wallace... e quanti altri?
Abbiamo bisogno di confrontarci con il meglio negli altri per tirare fuori il meglio da noi. E di staccarci dai cliché, cioè da quelle idee che sono state così buone da diventare ormai topoi del genere. Dobbiamo superarle. E questo è difficile: è difficile per chi non le conosce, ché rischia di proporre come nuovo (che sia uno stile, un'idea, una suggestione) quello che già esiste e già è stato rivisitato e già costituisce quanto si vuole superare; ma anche per chi le conosce, ché rischia di ripetere più o meno consapevolmente ciò che permea profondamente il suo background culturale.
C'è un lettore che vorrebbe leggere, su Robot - come su NA - racconti di questo tipo, che vorrebbe scrivere all'autore: "Scrivi come Ellroy". "Mi ha ricordato De Lillo". "Ho colto il riferimento a Delany". "Bel superamento della tematica dickiana ...". Un lettore che vorrebbe vedere quel vento di cambiamento - nello stile, nei temi - che da sempre ha caratterizzato la sf: un lettore che non vuole opere che "sembrino di …” né opere che "prescindano da …”. Autori innovatori e bravi.
Questo lettore secondo me esiste. Intanto ci sono io. E poi c’è Ugo Polli. E magari De Matteo. E magari Agnoloni. E Mastrapasqua. E Zoon. E Cola. E Vietti. E Zardi? E Santoni? 
Non siamo mostri. Secondo me ci sono altri come noi. A me piacerebbe cercarli insieme.



Denise Bresci

mercoledì 10 settembre 2014

Bestiale Copernicana di TeatrInGestAzione - Eclissi, Orbite e Rivoluzioni




«C'est une Révolte?» «Non, Sire, c'est une révolution»
(Dialogo fra Luigi XVI e il duca di Liancourt alla notizia della caduta della Bastiglia)

La rivoluzione è sempre tre quarti fantasia e per un quarto realtà
(Michail Bakunin)

Chi, consistendo nel luogo e nel tempo, libererà le ragioni delle idee dal luogo e dal tempo, si conformerà agli enti divini (Giordano Bruno)








Partiamo da una domanda, come farebbe Anna Gesualdi.

Che cosa sarà mai, questo teatro?
Una cosa che si ascolta, dove voci profonde e ben modulate arringano la folla?
Un evento che stupisce gli astanti con straordinarie coreografie e macchine di scena (“O' Teatro”, lo definirebbe Giovanni Trono)?
Un posto dove ti portano con la tua classe e dove oggi devi spegnere il cellulare sennò la professoressa si incazza?
Un rito misterico e misterioso, iniziatico e antichissimo, presocratico, addirittura preistorico, rivolto a pochi eletti?

Se le cose stanno così, rassegnamoci pure: il teatro è morto o, al più, è una succursale del cinema.
Proviamo a riformulare la domanda.

Che dovrebbe essere mai, OGGI, questo teatro?
La radice è theaomai, osservare. Chi osserva cosa? Nella visione tolemaica gli spettatori osservano un luogo, il palco, dove si svolge la finzione. E' ancora questa l'unica visione possibile?

Forse no.

“Agli albori del XVI sec., Mikołaj Kopernik intuisce il moto della terra attorno al sole. Un’intuizione che debitamente comprovata, difesa, divulgata riscrive le coordinate che determinano la nostra relazione con l’universo: non più centro immobile di un universo che si muove attorno a noi, ma membro fra le membra di un corpo collettivo, il cui movimento inevitabilmente ci coinvolge. Con questa intuizione inizia la storia di un nuovo modo di veder-ci e di guardare il mondo. Un guardare capace di non separare. Un guardare che si fonda in una nuova consapevolezza dell’uomo, che si riconosce materia indistinguibile dalla materia in cui siamo invischiati, atomi tra gli atomi, sostanza incrostata d’animale e di stelle. Un modo di percepire l’uomo e di disegnare la sua relazione con il cosmo, di cui forse l’uomo contemporaneo ancora non ha realizzato pienamente la destinazione e che ci indica la direzione dell’uomo da fondare: quell’uomo capace di vedere, pensare ed agire non come singolo, ma come corpo sociale. L’identità a venire di individui che lasciano continuamente ri-disegnare il perimetro del proprio sé e la traiettoria del proprio agire dalle relazioni di cui sono parte.

Copernico operò così una frattura nel nostro modo di vedere che ha sovvertito la gerarchia fra soggetto e oggetto della visione facendoci riconoscere corpi fra i corpi, parte “guardante” della materia guardata. E’ questo ribaltarsi della visione che vogliamo mettere in pratica sottraendo lo spettacolo allo spettatore per farci costruttori di uno spazio che ci accolga tutti testimoni di una visione. E’ su questo momento “genetico” della fondazione che vogliamo riflettere, andando ad indagare i processi che, in diversi ambiti del sapere (scienza, filosofia, spiritualità) hanno dato vita a quei ribaltamenti, sovvertimenti del nostro percepire, a quelle visioni copernicane, bestiali, che hanno liberato una nuova possibilità di intenderci uomini e di progettare il nostro agire. Abbiamo rivolto il nostro studio ai maestri della visione, cercando di comprendere quali processi li hanno portati a “vedere“ in modo nuovo e cosa della loro visione ci consegni un compito di fondazione. Ciascuna di queste visioni, contiene, probabilmente, come quella di Copernico un inizio, intuito, ma non ancora realizzato. Ad esse vogliamo guardare, cercando di tratteggiare il mistero dell’inizio nel suo presentarsi allo sguardo. Nel suo fondare un uomo nuovo capace di un nuovo modo di esercitare lo sguardo.” www.teatringestazione.com


E' possibile una rivoluzione copernicana dell'esperienza teatrale, in cui la passività dello spettatore e il geocentrismo del palco siano messi in crisi e spazzati via una volta per tutte?
Finalmente una domanda alla quale posso rispondere perché l'ho visto succedere.
Sì. E' possibile.
“Bestiale Copernicana” di TeatrInGestAzione è proprio questo: la visione di un'alternativa vera e di una ricerca sincera e priva di compromessi, lontana anni luce dalla rappresentazione. E' una boccata d'aria fresca e un barlume di speranza per chi al teatro tiene sul serio. Per chi, come Giovanni Trono, Anna Gesualdi e Alessia Mete, non si rassegna all'idea che resti compresso in schemi che ne determinano l'asfissia o che si ritiri nella torre d'avorio dell'incomunicabilità.


“Bestiale Copernicana” - un progetto di TeatrInGestAzione Gesualdi Trono

Ugo Polli



giovedì 3 luglio 2014

Il Cardellino di Donna Tartt - La vita appesa a un filo



Un attentato in un museo di New York sconvolgerà la vita di Theo Decker, il protagonista del romanzo; Theo rimarrà orfano e, durante i minuti trascorsi tra i detriti dell’esplosione, incontrerà un vecchio morente che gli consegnerà un anello, un indirizzo e lo inciterà a salvare dalle macerie una piccola tela di un grande maestro fiammingo: « Il cardellino » di Carel Fabritius, del quale la maggior parte delle opere è scomparsa nell’incendio di Delft del 1654.


Proprio quella tela sarà il fil rouge di tutta la storia.
Trattasi di un romanzo iniziatico alla Dickens che ci trasporterà da New York, passando per Las Vegas, ad Amsterdam, seguendo le vicissitudini di Teo per circa quindici anni; entreremo nell’animo più profondo del personaggio, con lui vivremo momenti di tristezza assoluta, di vuoto, di paura, di amore e di amicizia.
Carel Fabritius autoritratto
Come quel piccolo cardellino, dipinto da Carel Fabritius, legato alla sottile catenella che gli impedisce di spiccare il volo, Theo sarà prigioniero del suo destino, prigioniero delle droghe, della sua angoscia, del suo dolore.
Donna Tartt ci ha regalato uno splendido  romanzo che parla della solitudine, dell'amicizia, dell'incertezza della vita, della realtà e dell'illusione della fuga e della prigionia.

Rita La Tulipe                     

domenica 27 aprile 2014

Partita di Anime di Giovanni Agnoloni - Giocando a scacchi con Maya


Ho 'dovuto' leggere Partita di anime, in quanto spin-off di Sentieri di notte, il romanzo di esordio di Giovanni Agnoloni. Non sapevo cosa aspettarmi, la natura stessa di spin-off mi incuriosiva e lasciava presagire comunque qualcosa di originale. E da questo punto di vista senz'altro le attese non sono state deluse. Il mistero sul contenuto (sarà un seguito? una storia parallela?) e l'aspettativa curiosa sulla struttura sono state ben ripagate da un'opera originale nell'uno quanto nell'altra. 
Considero di non rovinare la sorpresa ai lettori rivelando che lo spin-off è in pratica costituito da una coppia di racconti, introdotti con un espediente narrativo classico ma ben incastonato nell'universo narrativo di Sentieri di Notte dal tono accorato e malinconico che abbiamo conosciuto nel romanzo.
I due racconti, uno lungo e uno molto breve, narrano due storie slegate ma pervase da una comune atmosfera, quella di un mondo appena prima o appena dopo il grande vuoto che costituisce l'Evento della trilogia in fase di completamento. Sono tasselli che mostrano nuovi velati squarci sulla realtà che Agnoloni cerca di affrescare con questa opera multipla (il secondo volume dovrebbe uscire alla fine del 2014): una realtà in via di sfaldamento, alterata non solo e non tanto nella percezione psicologica dei personaggi, ma anche e soprattutto nella sua fisicità spirituale e quindi metafisica. Agnoloni prova qui un'operazione arditissima: scrivere un racconto giallo, un vero giallo con omicidio e necessaria investigazione, e risolverlo sì secondo i canoni classici ma utilizzando le caratteristiche alterate di un mondo altro (il nostro, ma futuro). Si tratta quindi di un'operazione in cui il topos letterario del giallo viene infine stravolto perché trasportato in un continuum metafisico, pur potendo rimanere classico nel suo impianto. 

Il secondo racconto è più lirico, più intimo: e tuttavia anche lì emerge forte l'elemento che più caratterizza il senso dell'opera multipla tutta. L'istanziazione, nel mondo reale, nelle forme più diverse, di tutta una serie di fenomeni spirituali, psicologici, metafisici; fenomeni che sembrano premere sui bordi del mondo fino infine a riversarvisi, dilagando, alterandone la natura e la struttura. 


Il mondo di cui ci parla Agnoloni, in questo spin-off come nel primo romanzo, è slabbrato e deformato nella sua intima fisicità: invaso da elementi altri che non sembrano però essergli alieni perché i personaggi appaiono riconoscerli e accettarli come autentici. 
Come se davvero fossero sempre stati lì e fosse il resto, quello che chiamiamo realtà, ad essere solo un tenue velo. E strapparlo sia un attimo.

Denise Bresci

lunedì 10 febbraio 2014

Red or Dead by David Peace - If only I could start all over again






You'll see me at Anfield, John. And Anfield is not in England. Anfield is in Liverpool. And Liverpool is not in England. Liverpool is in a different country, John. In a different country, in a different league.








This book is about a man. And a ritual.

The ritual occurs every Sunday.


On Saturday 7 March, 1970, Leeds United Association Football Club came to Anfield, Liverpool. That afternoon, fifty-one thousand, four hundred and thirty-five folk came, too. Fifty-one thousand, four hundred and thirty-five folk to watch fifth play first. But that afternoon, fifth failed to score and first failed to score. And that afternoon, fifth drew nil-nil with first. And that evening, first were still first. And fifth were still fifth.


This book is about a man and a ritual. And an obsession.

The obsession is. Win.


What do you see in these hands, son? What do you see?

Nothing, said Emlyn Hughes. Nothing, Boss.

Bill nodded. And Bill said, You get nothing for coming second, son. Because if you are second, you are nothing. You are nowhere -

First is first. Second is nowhere.


The obsession is. Don't fail.


Bill knew failure could become habitual, defeat become routine. Routine and familiar. Familiar and accepted. Accepted and permanent. Permanent and imprisoning. Imprisoning and suffocating. Bill knew failure carried chains. Chains to bind you. You and your dreams. To bind you and your dreams alive. Bill knew defeat carried spades. Spades to bury you. You and your hopes. To bury you and your hopes alive. Bill knew you had to fight against failure.




This book is about a man and a ritual and an obsession. And about love. Limitless.


But then who will you be, said the boys. If you come out to play, then who will you be, Bill? Which player will you be? 

Bill laughed. His heart beating. Beating and healed again. And Bill said, Liverpool, of course. I'll be Liverpool, boys.


This book is about a man and a ritual and an obsession and about a limitless love.

A returned love.

And this supporter, this supporter in his white boiler suit and his tall red hat, with tears down his face and despair in his voice, this supporter held Bill. Tighter, tighter. This supporter hugged Bill. Harder and harder. Squeezed him as though he would never let him go. And this supporter begged and pleaded and cried, Please don't go, Mr Shankly. Please don't leave us. Please stay, Mr Shankly. Please stay with us, please...


Ugo Polli


Red or Dead, di David Peace – Se solo potessi ricominciare da capo





Mi troverai ad Anfield, John. E Anfield non è in Inghilterra. Anfield è a Liverpool. E Liverpool non è in Inghilterra. Liverpool sta in una nazione diversa, John. In una nazione diversa, in un diverso campionato.








Questo libro parla di un uomo. E di un rituale.

Il rituale si ripete ogni domenica.

Sabato 7 marzo 1970 l'A.C. Leeds United Football Club venne ad Anfield, Liverpool. Quel pomeriggio vennero anche cinquantunmilaquattrocentotrentacinque persone.

Cinquantunmilaquattrocentotrentacinque persone per vedere la quinta giocare con la prima. Ma quel pomeriggio la quinta non riuscì a segnare e la prima non riuscì a segnare. E quel pomeriggio la quinta pareggiò zero a zero con la prima. E quella sera la prima era ancora prima. E la quinta ancora quinta.

Questo libro parla di un uomo e di un rituale. E di un'ossessione.

L'ossessione è. Vincere.


Che cosa vedi in queste mani, figliolo? Che cosa vedi?

Nulla, disse Emlyn Hughes. Nulla, Capo.

Bill annuì. E Bill disse, Non ricevi nulla per essere arrivato secondo, figliolo.

Perché, se sei secondo, non sei nulla. Sei nel nulla.

Il primo è primo. Il secondo è nulla.


L'ossessione è. Non fallire.


Bill sapeva che il fallimento poteva diventare abituale, che la sconfitta poteva diventare routine. Routine e familiare. Familiare e accettata. Accettata e permanente. Permanente e imprigionante. Imprigionante e soffocante. Bill sapeva che il fallimento portava con sé catene. Catene che ti imprigionavano. Te e i tuoi sogni. Che imprigionavano vivi te e i tuoi sogni. Bill sapeva che la sconfitta portava con sé vanghe. Vanghe che ti seppellivano. Te e le tue speranze. Che seppellivano vivi te e le tue speranze. Bill sapeva che si doveva combattere contro il fallimento.


Questo libro parla di un uomo e di un rituale e di un'ossessione.

E di un amore. Senza limiti.


Ma allora tu chi sarai, chiedevano i bambini. Se vieni fuori a giocare con noi, allora chi sarai, Bill? Quale giocatore vorrai essere?

Bill rise. Col cuore che accelerava. Che accelerava ed era di nuovo sano. E Bill disse, Liverpool, naturalmente. 

Io sarò Liverpool, ragazzi.


Questo libro parla di un uomo e di un rituale e di un'ossessione e di un amore senza limiti.

Un amore ricambiato.


E questo tifoso, questo tifoso nella sua tuta da lavoro bianca, questo tifoso nella sua tuta da lavoro bianca e con il suo alto cappello rosso, con lacrime sulla faccia e disperazione nella voce, questo tifoso tratteneva Bill. Stretto, più stretto. Questo tifoso abbracciava Bill. Forte, più forte. Lo stringeva come se non avesse voluto lasciarlo mai più. E questo tifoso pregava e implorava e piangeva. Per favore non vada, Mr Shankly. Per favore non ci lasci. Per favore rimanga, Mr Shankly. Per favore rimanga con noi, per favore...



Ugo Polli



martedì 21 gennaio 2014

Cosa vuoi fare da grande di Angelo Orlando Meloni e Ivan Baio



Cosa vuoi fare da grande è un romanzo di Angelo Orlando Meloni e Ivan Baio, uscito alla fine dello scorso anno per la Del Vecchio Editore.
Si dice che sia facile commuovere il prossimo, ma che far ridere sia molto più difficile. Ognuno di noi ha un amico che, davanti a Jerry Lewis, Leslie Nielsen, Totò, si è limitato ad alzare il sopracciglio con algido distacco mentre tutti gli altri si sbellicavano dalle risate. E magari quella stessa persona arrivava a ridere fino alle lacrime per una squallidissima battuta sconcia, che suscitava in tutti gli altri adulti solo un imbarazzato sorriso o un silenzio ancora più imbarazzato. Quindi, sì, la risata è difficile da ottenere; il sorriso, gli occhi al cielo accompagnati da una smorfia buffa sono un’altra storia: la risata, quella vera, autentica, di pancia, quella sì che appare a molti aspiranti comici come una meta irraggiungibile, una chimera. La risata fiorisce all’improvviso e subito fugge via. Ancora più ardua impresa è cercare di far ridere attraverso la parola scritta: uno spettacolo dal vivo, o anche filtrato dallo schermo di un televisore, dalla radio, ha sempre quel qualcosa in più, la voce del comico, l’intonazione, le smorfie, i gesti … Anche le risate del pubblico sbilanciano lo spettatore più indeciso verso la risata. Scrivere per far ridere è tutto un altro paio di maniche, anzi, è un campo minato, un percorso di guerra. E qui si avventurano Ivan Baio e Angelo Orlando Meloni.
Sarò sincero: quando il Kraken mi ha scritto della possibilità di recensire quest’opera, ho cercato in rete e ho letto con grande perplessità di un “tragicomico romanzo sul tragicomico futuro dell'istruzione italiana”, un racconto sulla “la vita e perfino le sue miserie”. Mi sembrava, sinceramente, un biglietto da visita po’ pretenzioso. D’altronde, quanti autori sono stati presentati come “la nuova promessa del fantasy/thriller/horror” e quanti romanzi “straordinari”, quanti “capolavori” sono poi finiti in un (peraltro meritatissimo) dimenticatoio? Quindi, con l’algido distacco di cui sopra, mi sono messo a leggere la mia copia.
Cosa vuoi fare da grande mi ha sorpreso, perché fa ridere - davvero. Forse non tutti i lettori, sempre e comunque, ma l’ironia, l’esagerazione, la parodia riescono in quello che era l’obiettivo più difficile da raggiungere: la risata. Tralasciamo il burocratese caricato all’estremo, la trama un po’ contorta che rischia di ridurre a semplici comparse quelli che sono stati definiti i “veri protagonisti”, Guido e Gianni; lasciamo stare i nomi che nemmeno un campione di Memory riuscirebbe a ricordare: questa, in fondo, è solo l’opinione personale del sottoscritto, che, si sa, va a cercare sempre il pelo nell’uovo. Il fatto è che, finito di leggere il romanzo di Baio e Meloni, ho avuto la sicurezza di avere tra le mani un bel romanzo. Un romanzo comico che parte da una domanda sul futuro della scuola italiana, ma che poi cambia direzione. Ben presto le protagoniste non sono più la Scuola e l’Istruzione, fortunatamente per noi, che ne abbiamo fin sopra i capelli di analisi, previsioni e distopie. I personaggi del romanzo lasciano la questione del futurometro sullo sfondo e prendono il posto che spetta loro: in scene più o meno lunghe, non necessariamente legate fra loro, ci ricordano i nostri anni di scuola, le nostre interminabili lezioni all’università. Gli incompresi, le mamme, gli insegnanti, i bidelli, il Preside, i bambini di Cosa farò da grande piacciono, perché ci ricordano i nostri compagni, i nostri professori, la scuola che per lungo tempo è stata tutto il nostro mondo. E a quel punto leggere diventa ricordare, condividere e, come scriveva Guareschi, “allora è tutta un’altra cosa”.

Oskar Felix Drago


venerdì 29 novembre 2013

Nomina per il Versatile Blog Award - Un post del Kraken

Sono contento di avere ricevuto una nomination per il Versatile Blog Award e per questa nomination ringrazio Vittorio Sabbattini che nel suo blog ha nominato per questo premio i totani sognanti: 
estendo i complimenti ovviamente ai vari collaboratori e partecipo al "gioco" seguendo le regole che ho trovato qui:
http://versatilebloggeraward.wordpress.com/vba-rules/
e che qui riassumo:
•  Thank the person who gave you this award. That’s common courtesy.
•  Include a link to their blog. That’s also common courtesy — if you can figure out how to do it.
•  Next, select 15 blogs/bloggers that you’ve recently discovered or follow regularly. ( I would add, pick blogs or bloggers that are excellent!)
•  Nominate those 15 bloggers for the Versatile Blogger Award — you might include a link to this site.
•  Finally, tell the person who nominated you 7 things about yourself.

Partendo dall'ultima regola...
a Vittorio, la persona che ha nominato questo blog, scrivo:

1)ho deciso di creare questo blog perché ritengo che sia utile segnalare opere interessanti che possano magari sfuggire all'attenzione del grande pubblico e/o portare riflessioni meditate anche sulle opere che al grande pubblico non sfuggono. Perché a volte è importante capire e spiegare perché apprezziamo qualcosa, più che dichiarare che l'apprezziamo.
2)ho deciso che il blog poteva e doveva essere multiautore: accetto volentieri contributi di persone intelligenti e originali che amano scrivere di ciò che leggono o vedono a teatro o al cinema.
3)ho deciso che questo blog doveva essere diverso dagli altri: niente banner pubblicitari, niente blogroll, niente link ai siti "amici".
4)questo blog si visita solo per leggere l'articolo che interesa se interessa: non è una chat o un forum.
5)in questo blog non è disponibile la funzione "commento": questo blog va considerato come se fosse una rivista. Per quelli che vogliono scrivere qualcosa al blog, come una volta si scriveva alle riviste, è disponibile un indirizzo email.
6)in questo blog si recensiscono ovviamente solo i libri letti, i film e gli spettacoli teatrali visti, i dischi ascoltati etc..
7)in questo blog non si fanno marchette; se un amico chiede assolutamente di recensire una sua opera... leggerà una recensione educata, ma aderente all'opinione reale del recensore.

Nomino  adesso 15 blog che seguo:

Il Kraken




domenica 27 ottobre 2013

Terra Ignota di Vanni Santoni HG - New Italian Fantasy

Eccomi a recensire "Terra Ignota" di Vanni Santoni HG. 
Ho sentito in questi anni parlare di Vanni Santoni sul web come di un giovane scrittore serio che ha partecipato e partecipa ad opere (anche collettive) senza timore di essere associato a certe aree o a certe tematiche, senz'altro lontane dalla narrativa di genere e ancor di più da quella di genere "fantasy" - che tra tutti è senz'altro il più denigrato come disimpegnato, frivolo, favolistico.

Sappiamo che alcuni generi, in primis il noir - ma anche la fantascienza in molte delle sue declinazioni (dalla sociologica, alla new wave, al cyberpunk) o l'horror - sono stati "rivalutati": soprattutto perché alcuni maestri sono stati capaci di creare opere che travalicassero le "barriere" dal genere e si imponessero tout court, usando un linguaggio particolare o rendendo memorabili i propri personaggi o semplicemente costruendo trame e mondi affascinanti  o ancora sommergendo di pathos il lettore (e penso a Delany, a Gibson, a Stephenson, a Ellroy e Peace, a Simmons e King, solo per fare qualche nome). Quindi in qualche caso tanto la critica letteraria, quanto il pubblico, hanno premiato opere "di genere" e le hanno promosse nell'Empireo del Romanzo.

Per la fantasy il discorso è sempre stato differente. Il tipico lettore di fantasy non cerca né innovazioni stilistiche, né pathos e soprattutto rifugge il realismo (parlo di realismo alla Ellroy). I temi dei romanzi sono spesso didascalici/educativi; non troviamo quasi mai violenza, né sesso: se sono presenti, lo sono come nei film della Disney e infatti anche per questo, spesso, la narrativa fantasy viene considerata narrativa per bambini/ragazzi (che infatti ne sono anche i principali consumatori).

Chi scrive fantasy, quindi, segue per lo più un canone; in piccolo potremmo dire che scrivere un'opera fantasy sia un po' come scrivere un haiku: 5-7-5. Regole, figure archetipiche e simboli. Si può omaggiare questa triade con serietà, giocarci con ironia (penso a Pratchett!), rimescolare tutte le carte con genio (penso a Moore, in Promethea, ad esempio).

Alcuni scrittori invece si sono proprio discostati dal canone: hanno così conquistato lettori "altri" e forse perso i lettori più ortodossi. Penso al mitico ciclo del torturatore di Wolfe, al ciclo del trono di spade di Martin e al ciclo dell'Eretico di Altieri: ci hanno donato personaggi e/o scenari indimenticabili, una scrittura densa e forte, mondi violenti e spaventosi i cui orrori (umani soprattutto!) difficilmente dimenticheremo. Una fantasy nera, se vogliamo: un tipo di narrativa in cui si raccolgono le istanze tipiche (ambientazione pesudostorica-medioevale, presenza di creature fantastiche / magia) ma solo per rovesciarne il flavour (ingiustizia, precarietà, ignoranza - senso di angoscia perché il mondo è inconosciuto e inconoscibile - guerre, catastrofi - mostri, superstizione). Storie in cui il famoso "trauma da riconoscimento" è assai più forte che in tanta narrativa mainstream.

Santoni non ha fatto nessuna di queste cose. E per questo si può dire che il suo romanzo tenga fede alle dichiarazioni di intenti che potete leggere in una delle numerose interviste che trovate in rete. La sua idea è quella di dare vita a quella che io chiamerei una "new italian fantasy" (per riecheggiare un'altra interessante operazione), un fantastico che abbia caratteristiche nuove non solo rispetto alla fantasy "classica" di  ispirazione anglosassone, ma anche rispetto ad opere che, come dicevamo, con essa c'entrano  poco o niente.
Qui lo scenario fantastico non è lì per essere cornice funzionale (approccio classico) o occasione di rappresentazione impietosa e realistica del mondo (il senso di certe opere sembra essere: "sai cosa ti dico del medioevo?" di blade-runneriana memoria - vedi Martin o Altieri): qui lo scenario fantastico è esso stesso quasi il vero soggetto. In questo senso vorrei quasi parlare di metafantasy, perché molti degli elementi sono lì come riferimenti ad altro: e questo altro è principalmente "letterario". E quasi quindi mi viene da parlare di "postfantasy", perché Santoni sembra fare con la tradizione fantasy-fantastica ciò che altri hanno fatto con la letteratura tout court.
Infatti ritroviamo la stessa leggerezza, lo stesso "vuoto" se cerchiamo i personaggi, il pathos, il "romanzo" nel senso classico, ottocentesco del termine, proprio come accade con la più spinta narrativa (anche popolare) postmoderna; ritroviamo lo stesso scanzonato disinteresse per realismo, verosimiglianza, coerenza. E anche lo stesso spirito giocoso, irriverente e divertito: tanto che possiamo assistere all'incontro tra l'improbabile pokemon protagonista e un personaggio di Eliot, magari mentre  sullo sfondo appare un acquarello di una città invisibile di Calvino. 

Dentro a questo romanzo non c'è un romanzo: con una suggestione d'ispirazione tutta orientale - quasi zen - Santoni ci accoglie nel locale che ha allestito per noi, per questa festa fantasy. Un locale che sembra non contenga niente, ma invece, semplicemente, non contiene niente di ovvio. Troviamo combattimenti da film di serie B, ma senza exploitation o angoscia; incontri "romantici" ma privi tanto di sesso quanto di passione; magia senza meraviglia né stupore. Intrecci semplici e personaggi da anime/manga immersi in un universo citazionista in cui tutto si mescola: i Cavalieri (buoni e cattivi, fedeli e traditori), la cerca del Manufatto, la bambina perduta e ritrovata, la principessa occultata, il vecchio eremita... ma anche i funghi giganti, la fonte nella bolla, il fiume magico. Il ramo d'oro di Frazer spiccato da un albero del bosco Atro dentro un disegno di Miyazaki: riferimenti dotti e cultura pop danno vita ad un vero e proprio pastiche "postfantasy" che è comunque solo il primo di una trilogia. 
Un'operazione coraggiosa, originale: un gioco leggero, un meta romanzo che riesce a lasciare il lettore sempre ben al di fuori di ogni coinvolgimento che non sia intellettuale - una specie di festa in costume, dove le cose non sono mai quello che sembrano.

Denise Bresci



 
 
 

mercoledì 16 ottobre 2013

Il giorno che diventammo umani di Paolo Zardi - Non ho bocca e devo urlare


 

"Il giorno che diventammo umani" è l'ultima raccolta di racconti di Paolo Zardi, uscita in anteprima al Salone del Libro di Torino e ora disponibile regolarmente a catalogo. Per chi ha già letto i suoi racconti in  "Antropometria" o comunque conosce Zardi come narratore, è certamente un appuntamento imperdibile e importante: una nuova tappa del suo percorso. A chi non lo ha mai letto non so se consiglierei di cominciare da questa raccolta: forse suggerirei di partire con Antropometria; per capire meglio, per avere un'idea più completa della sua poetica.
Infatti "Il giorno che diventammo umani" ha un tema forte che permea quasi tutti i racconti e, leggendo soltanto questa raccolta, si potrebbe pensare che la sua narrativa sia in qualche modo "limitata". Ma qui i limiti sono autoimposti, come se - a parte qualche eccezione - Zardi avesse voluto esercitarsi in un compito ben preciso: ritrarre l'umanità che gli sta intorno, così come la vede, alle prese con la banalità della tragedia.
I protagonisti dei racconti sono tutte persone "normali": lavoratori o pensionati, giovani o vecchi, uomini o donne; sono (quasi) tutti inquadrati in un contesto familiare e sono (quasi) tutti colpiti da eventi oggettivamente o soggettivamente devastanti: eventi che hanno pesato su tutta la loro vita o che di fatto arrivano a cambiarla irreparabilmente. Così, il lavoro che Zardi compie è mettere queste persone davanti a eventi spaventosi non tanto per osservare quanto per immaginare le loro reazioni; nella maggior parte dei racconti infatti l'autore non si limita a fotografare le persone, a mostrarcele dal di fuorima entra nelle loro teste e ci porta i loro pensieri, le loro riflessioni più intime. L'autore compie di fatto un'esperimento: come un giocatore - dio di Populous, distrugge il suo popolo di personaggi e poi si figura i loro pensieri, le loro parole, opere e omissioni. 
Ed è qui il vero punto.

Perché quello che colpisce il lettore non è l'evidenza della fragilità della felicità/serenità, della precarietà di quel mondo che per ognuno di noi è tutto, ma il modo in cui i personaggi reagiscono alla destabilizzazione: anzi, forse, il modo in cui non reagiscono. La parte amara è la rivelazione della loro (e nostra?) totale impreparazione: è come se Zardi volesse dirci che, di fronte agli eventi più temuti, la risposta non sarà plateale, grandiosa, drammatica... carica di significati; ma sarà banale, meschina, piena di compromessi. E forse non sarà quasi una risposta: le persone si lasciano vivere, sopravvivono; si rialzano e trovano una strada, nonostante tutto; come zombie sentimentali colpiti e colpiti, proseguono con la loro disarmante banalità attraverso le macerie della propria vita, con parole scontate, atti egoisti, piccole viltà.

Qualcuno potrebbe pensare che la lettura di questi racconti possa rattristare per via degli eventi funesti che vengono "messi in scena": in realtà rattrista, ma per il modo in cui questi personaggi si trovano a gestirli. Impreparati alla complessità dei propri sentimenti, tengono insieme a forza i pezzi delle proprie vite, lasciando fuori tutte le maiuscole: come dire che Amore e Morte e Tragedia e Dolore non abitano più in noi e che non siamo capaci né di evocarli né di combatterli.
Questa incapacità dei personaggi, questa loro inadeguatezza è quasi disarmante per il lettore: inibisce ogni empatia, ogni sentimento di pietà o fratellanza. Loro (loro) sono le vittime e sono così: ma noi saremmo diversi? è la domanda che ci pone Zardi. Avremmo anche noi quei pensieri banalizzanti, meschini, egoistici? Sceglieremmo anche noi la via più semplice e meno nobile?


Il primo e l'ultimo racconto sono un caso a parte. L'ultimo, brevissimo, è quasi un divertissement (e quindi completamente distaccato dagli altri per toni, lingua e argomenti); il primo invece è secondo me il vero gioiello dell'antologia: con un linguaggio particolare, secco e lucido, Zardi mette in scena uno squallore così intenso da stringere il cuore. Il sapore di questo racconto è davvero speciale: riesce a generare forse disgusto ma incredibilmente anche pietà per l'uno addirittura più che per l'altra; la solitudine di questo personaggio è accecante, tanto più vera perché quasi non detta. E il suo ritratto mi ha ricordato, nella sua precisa e attenta, realistica, alienità l'indimenticabile parrucchiere infelice di Saunders. Ci colpisce il modo in cui il protagonista si lascia vivere: un attimo prima pensiamo "ma piuttosto che vivere così...", ma un attimo dopo siamo colpiti ben più profondamente dalla consapevolezza che sì, si vive anche così, e lo si fa con una tale naturalezza che sembra normale, prima di tutto a sé stessi. 

E qui, questo tema - che poi è anche quello degli altri racconti - risuona forte e chiaro, quasi assordante.

E probabilmente non serve far finta che non sia così, anche se forse, davvero, è proprio ciò che facciamo.

Denise Bresci

martedì 16 luglio 2013

Sentieri di notte di Giovanni Agnoloni - Oltre l'orizzonte bianco: dentro e fuori dalla fantascienza

I come with this Darkness
And go away White
Bauhaus

Sentieri di notte è un oggetto misterioso, un romanzo affascinante perché difficilmente definibile. Sicuramente molto ambizioso, soprattutto nel suo ammirevole tentativo di ibridare molti generi, dal thriller alla fantascienza post-cyber, dalla “quest” all’opera allegorica (Saramago, Kafka..).
Ammirevole perché è davvero raro, in Italia, un atteggiamento colto e serio verso la fantascienza; all’estero, per citare i casi più noti ed eclatanti, autori come Gibson, Lethem e Stephenson entrano ed escono dal genere con naturalezza, scrivendo opere che vediamo entrare nelle classifiche del New Yorker; in Italia, la SF viene usata come scusa per scrivere pessimi romanzi e racconti, come se, una volta avuta un’idea bizzarra (“e se..”), si pensasse che il romanzo o il racconto si scrivano da soli. Per molti, in Italia, la SF è quel genere che si può scrivere senza conoscere nemmeno la propria lingua (forse si presuppone il lettore totalmente privo di background letterario?), in cui vince chi la spara più grossa (tanto è letteratura di idee, no?), in cui il tratteggio psicologico dei personaggi non trova alcun posto e in cui la trama non esiste (“beh, ma hai visto? Siamo in un mondo in cui..”) o è un patetico intreccio che verrebbe scartato anche dall’ultimo dei giallisti.
Qui, finalmente, siamo di fronte a qualcosa di diverso. Innanzi tutto c’è la ricerca di uno stile, l’uso di un tono accorato e sentito che permette al lettore di scivolare pian piano nel particolare mood del romanzo: dolente, onirico, allegorico, rarefatto.
L’aspetto fantascientifico è volutamente labile, antologico: c’è una raccolta di topoi della letteratura di genere (l’androide perfetto, la multinazionale onnipotente) che serve a produrre uno sfondo appena accennato, a creare un meta-scenario. La presenza di questi elementi è volutamente citazionista perché l'esigenza è quella di produrre echi nella mente del lettore: è chiaro che non è lì, nel dettaglio informatico o sociopolitico, l’attenzione dell’autore. Il mondo di “Sentieri di notte” è il mondo come è ora, o come potrebbe forse essere un poco più avanti nel futuro; uno scheletro semplificato di cui interessa evidenziare solo la solitudine, il senso di perdita di sé e di autenticità di desiderio degli individui. La fusione e il successivo “off” delle reti energetiche serve solo da innesco, tanto che il romanzo avrebbe potuto essere forse ancora più interessante se la “notte d’Europa” non fosse stata nemmeno spiegata. 
La vera storia in questo romanzo è nel disegno di secondo livello: la quest che conduce alla Fonte, la quest di O’Rourke (altra evocazione: come non rammentare, con i suoi tormenti, la figura di padre O’Rourke di simmonsiana memoria?).
E’ in questa forma particolarmente rara di ibridazione che troviamo un assoluto tratto di novità. Romanzi di formazione, quest spirituali, storie allegoriche tipicamente utilizzano il fantastico,  l’horror o, al massimo,  la fantasy, mentre qui  si è fatto un esperimento ardito: quello di mettere in scena elementi metaforici, ma anche la loro fisicità scientifica/fantascientifica.
E’ così che possiamo trovare quello che è forse l’elemento più riuscito di tutto il romanzo: il Bianco, questo protagonista che sembra solo un contraltare cromatico del Nero della notte d’Europa e che è invece il cuore angosciato e angosciante del romanzo. Nebbia metafisica, lattiginoso regno della memoria e dell’inconscio, fisica sostanza disgregante la materia, è un simbolo sovraccarico di significati. Contrariamente al Bianco di Cecità di Saramago, però, è un Bianco aperto, un Bianco che permette la comunicazione, il recupero di ricordi perduti, il saldarsi di connessioni fragili, quasi spezzate. E’ come un inconscio condiviso, una memoria comune; in questo senso è l’opposto dello spettro della notte d’Europa: là, l’orrore evocato è solitudine, regressione ad uno stato animale, guerra. Qui il Bianco nasconde, nella sua natura apparentemente ostile di “bug”, l’opportunità di una crescita. E questa crescita è uno dei messaggi più forti di cui l’autore intesse il romanzo, rivelandoci che forse, più di ogni altra cosa, si tratta di un diario: la storia del superamento di un dolore.
Alla fine, più che l’androide, le atmosfere alla Sandman, gli scenari wendersiani, la rarefazione di personaggi e trama, quello che resta davvero nella mente del lettore è il senso di pacificazione: una pacificazione che brilla lontana come una luce al di là di ogni ombra, come una Fonte al di là di ogni mare, ottenuta attraversando campi di spine, ma per questo più preziosa.

Un’opera particolare, dalla realizzazione non facile: ma grande nelle sue intenzioni. Leggeremo il seguito, perché sappiamo che questa storia continuerà e vogliamo conoscerla fino in fondo.

Denise Bresci

mercoledì 3 luglio 2013

Siamo tutti fratelli - Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, D.T.Max


Sono stata indecisa per un po’ se scrivere o no una nota su questo volume. In realtà penso che chi legga qualcosa di DFW se ne innamori immediatamente e che quindi non ne abbia mai abbastanza di lui: e allora certo non aspetterà questo mio post per procurarsi e leggere avidamente le pagine di “Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”.
Peraltro, chi non abbia avuto la fortuna di leggere qualcosa di DFW, come potrebbe interessarsi alla sua biografia?
Da qui i miei dubbi. 
Ma poi ho capito che volevo comunque dire qualcosa. Che leggerlo non mi era bastato. Che avevo bisogno di comunicare quanto valga questo libro.
Innanzi tutto una considerazione immediata: il libro è appassionante, avvincente, coinvolgente. Brillante, mai noioso. Iniziato e finito in pochi giorni, era difficilissimo staccarsene.

Il tono di D.T. Max è perfetto: ci racconta con semplicità la vita di DFW, con il rispetto che ci aspettiamo e con la cura e la serietà che la situazione, così complessa e delicata, richiedono.
Un aspetto che colpisce, poi, è che il suo lavoro è davvero monumentale, come si vede dalle pagine dei ringraziamenti: ogni fatto narrato è documentato con tanto di fonte; ma non si tratta certo di una tesina compilativa. Questa enorme mole di dati è stata raccolta, amalgamata, impastata con una profondissima e attenta conoscenza delle opere di DFW, in modo da offrire al lettore un’opportunità straordinaria, quella di ripercorrere il percorso creativo/artistico di DFW attraverso gli eventi reali della sua vita. Questo è davvero entusiasmante; interessantissima è anche la possibilità di ripercorrere le fasi del DFW-pensiero sulla letteratura (e tutto quanto), fasi che si intuiscono e si inducono leggendo la sua saggistica e narrativa, ma che qui compaiono ben esplicite. Vedere quanto era forte in lui l’urgenza anche e soprattutto morale di dare nuova vita alla letteratura, al senso stesso della letteratura, non potrà che farvi amare ancora di più quanto ha scritto. E forse capirlo una volta di più.
Consiglierei di leggere della vita di DFW magari dopo avere letto le sue opere. Almeno dopo avere letto “La ragazza dai capelli strani”, “Brevi interviste.. “, “Infinite Jest” e qualcosa della sua non – narrativa; almeno il saggio sulla TV e la sua influenza sulla letteratura/vita americana e naturalmente “Questa è l’acqua”. Questo perché altrimenti si rischia di leggere le sue opere con un’ottica differente, diversa da come sarebbe normale leggerle. So che si legge sempre localizzando l’autore in un contesto storico; ma qui non si tratterebbe di conoscere “qualcosa” della vita dell’autore e del periodo in cui visse: qui somiglierebbe di più a quando si legge lo scritto di un amico.
 
E’ invece bellissimo scoprire “a posteriori” da dove venga quell’idea, quel particolare, quel dettaglio, quel grandioso disegno (a seconda dei casi) che magari tanto abbiamo apprezzato; scoprire come e quanto le sue opere siano intessute degli eventi della sua vita è stato un percorso affascinante. E anche coinvolgente e doloroso; perché leggere “Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi” e arrivare in fondo un po’ fa male: se leggendo abbiamo l’illusione di vedere DFW vivo (grazie alle sue parole, alle testimonianze degli amici,  alle lettere), le pagine finali ci conducono di nuovo al mondo reale, in cui lui non c’è più.  Ed è davvero triste perderlo di nuovo.
 
Denise Bresci

 

martedì 4 giugno 2013

Il posto tranquillo di Francesco Tedeschi


Spesso è stato il mio sogno
Vivere con qualcuno che non c'era
Come un pesce dell'oceano che nuota controcorrente
Tra reti, ami e orsi affamati

Quando l'acqua divenne meno profonda
Le mie pinne dolevano di fatica
Sto nuotando nel mio sonno
So che non posso tornare indietro
 
E ora le mie pinne sono nell'aria
E il mio ventre si graffia sulle rocce
Penso ancora che a qualcuno importi
E continuerò a nuotare finché non mi fermerò
Da Will To Love, Neil Young
 
Questo romanzo non è facile da presentare e tuttavia merita di essere segnalato, perché è buono. Ed è cosa rara, tra i romanzi dei giovani scrittori italiani.
E’ tante cose, ma in modo nuovo ed è diverso da come ci si potrebbe aspettare, perché non somiglia a niente: sembra che l’autore renda omaggio a più generi, ma la mia opinione è che li usi insieme per rendere meglio quanto ci vuole raccontare. E considero positivo il fatto di non avere paura di disorientare il lettore perché la letteratura è per i lettori: per chi ha voglia di stare attento e di andare avanti.
Voglio anche dire infatti che durante la prima decina di pagine è difficile orientarsi, perché ci sono più “cambi scena”. Questo, più che scoraggiare, invoglia perché comunque non si tratta della classica alternanza di personaggi diventata ormai essa stessa tradizione; l’autore passa con disinvoltura da una scena all’altra, in salti di tempo e spazio, senza preoccuparsi se il lettore capirà, se riuscirà a seguirlo, ma concentrandosi sulle scene, sulla forza dei singoli quadri e dei personaggi che li abitano.
 
Credo che questo, di nuovo, sia un merito: il coraggio di scrivere cercando di creare, di evocare. Il coraggio di raccontare la storia che si vuole, nel modo che si vuole, perché il frammento, il frame, lo scambio di battute, sono oggi la misura della nostra percezione e la chiave di un realismo forte che è prima di tutto aderenza alla vita e intimità con il lettore. In questa fase non vedevo il quadro di insieme, ma trovavo la lettura coinvolgente e interessante. Non è poca cosa.
 
Ma l’attrazione per la storia e il desiderio di continuare non vengono solo dalla voluta assenza di linearità - dal ritmo spezzato - di questa prima parte della narrazione: derivano anche dal fatto che, attraverso questi frammenti, il lettore si ritrova a conoscere alcuni personaggi che sente immediatamente vicini, naturali. Come se i vecchi amici del romanzo fossero i propri. Come se a parlare fosse chi legge. E le voci che leggiamo ci sono così familiari che ci chiediamo di cosa stia cercando di parlarci, con la nostra stessa voce, questo giovane autore.
Ed è qui che parte il mistero: perché il racconto si inerpica, come a salire un pendio di cui siamo curiosi vedere la sommità. E il mistero è tanto più interessante quanto è di fatto un nodo stretto dentro la vita dei protagonisti, un nodo che li lega, ognuno agli altri, ma soprattutto ognuno al se stesso che si è stati o non si è stati, al se stesso che si voleva essere e si è disatteso, al se stesso che è stato deluso.
E’ bello vedere che, per una volta, il tema che si vuole affrontare non è scelto a caso dal campionario di stagione: ed è bello vederlo messo in scena con grazia ma forza. Con una voce moderna e naturale. Con una scrittura semplice e misurata, mai snob, sempre funzionale al racconto.
In questa fase la narrazione si fa un po’ più lineare (benché non manchino classici flashback), come ad accompagnare piano il lettore alla scoperta del nocciolo che lo aspetta: qui forse avrei preferito che l’autore spingesse fino in fondo il suo registro fatto di fotogrammi, frammenti di scene. Sarebbe stato ancora più interessante.
Ma le sorprese non finiscono ancora: l’autore non rinuncia ad essere duro e dopo aver portato il lettore dentro il suo proprio labirinto di scelte, dopo averlo portato al centro di un necessario impasse morale, dopo averlo costretto a guardare/guardarsi, gli fa alzare lo sguardo: e lì, a colpire, c’è la fredda indifferenza delle cose che accadono, il maglio cieco del destino.
Un quadro sconfortante, sembrerebbe: ma in realtà il miglior quadro possibile. Perché questa è la storia di una ricerca, di una ricerca che è prima di tutto difficile decidere di intraprendere, poi, semplicemente, difficile da intraprendere. Poi facilmente trascurata, sopita. Abbandonata, talvolta.
E che solo alcuni riprendono e concludono.
E’ una storia forte, molto sentita: l’originalità e la disinvoltura della voce dell’autore fanno sì che resti molto chiara nella mente del lettore.
Come se anche noi avessimo partecipato in prima persona a questa rappresentazione: fino al punto di chiederci davvero dove ci troviamo, in quel labirinto e se mai ne troveremo l’uscita.
Il posto tranquillo è là. 
 
Se ci incontriamo lungo la via
Per piacere ondeggia al mio fianco, ondeggiamo insieme
Le nostre code insieme e le nostre pinne e la mente
Lasceremo quest'acqua e faremo splendere le nostre squame
Nel sole lassù e nel cielo al di sotto
Così che tutta l'acqua e la terra saprà

Spesso è stato il mio sogno
Vivere con qualcuno che non c'era
 
Da Will To Love, Neil Young
 
Denise Bresci