lunedì 10 febbraio 2014

Red or Dead by David Peace - If only I could start all over again






You'll see me at Anfield, John. And Anfield is not in England. Anfield is in Liverpool. And Liverpool is not in England. Liverpool is in a different country, John. In a different country, in a different league.








This book is about a man. And a ritual.

The ritual occurs every Sunday.


On Saturday 7 March, 1970, Leeds United Association Football Club came to Anfield, Liverpool. That afternoon, fifty-one thousand, four hundred and thirty-five folk came, too. Fifty-one thousand, four hundred and thirty-five folk to watch fifth play first. But that afternoon, fifth failed to score and first failed to score. And that afternoon, fifth drew nil-nil with first. And that evening, first were still first. And fifth were still fifth.


This book is about a man and a ritual. And an obsession.

The obsession is. Win.


What do you see in these hands, son? What do you see?

Nothing, said Emlyn Hughes. Nothing, Boss.

Bill nodded. And Bill said, You get nothing for coming second, son. Because if you are second, you are nothing. You are nowhere -

First is first. Second is nowhere.


The obsession is. Don't fail.


Bill knew failure could become habitual, defeat become routine. Routine and familiar. Familiar and accepted. Accepted and permanent. Permanent and imprisoning. Imprisoning and suffocating. Bill knew failure carried chains. Chains to bind you. You and your dreams. To bind you and your dreams alive. Bill knew defeat carried spades. Spades to bury you. You and your hopes. To bury you and your hopes alive. Bill knew you had to fight against failure.




This book is about a man and a ritual and an obsession. And about love. Limitless.


But then who will you be, said the boys. If you come out to play, then who will you be, Bill? Which player will you be? 

Bill laughed. His heart beating. Beating and healed again. And Bill said, Liverpool, of course. I'll be Liverpool, boys.


This book is about a man and a ritual and an obsession and about a limitless love.

A returned love.

And this supporter, this supporter in his white boiler suit and his tall red hat, with tears down his face and despair in his voice, this supporter held Bill. Tighter, tighter. This supporter hugged Bill. Harder and harder. Squeezed him as though he would never let him go. And this supporter begged and pleaded and cried, Please don't go, Mr Shankly. Please don't leave us. Please stay, Mr Shankly. Please stay with us, please...


Ugo Polli


Red or Dead, di David Peace – Se solo potessi ricominciare da capo





Mi troverai ad Anfield, John. E Anfield non è in Inghilterra. Anfield è a Liverpool. E Liverpool non è in Inghilterra. Liverpool sta in una nazione diversa, John. In una nazione diversa, in un diverso campionato.








Questo libro parla di un uomo. E di un rituale.

Il rituale si ripete ogni domenica.

Sabato 7 marzo 1970 l'A.C. Leeds United Football Club venne ad Anfield, Liverpool. Quel pomeriggio vennero anche cinquantunmilaquattrocentotrentacinque persone.

Cinquantunmilaquattrocentotrentacinque persone per vedere la quinta giocare con la prima. Ma quel pomeriggio la quinta non riuscì a segnare e la prima non riuscì a segnare. E quel pomeriggio la quinta pareggiò zero a zero con la prima. E quella sera la prima era ancora prima. E la quinta ancora quinta.

Questo libro parla di un uomo e di un rituale. E di un'ossessione.

L'ossessione è. Vincere.


Che cosa vedi in queste mani, figliolo? Che cosa vedi?

Nulla, disse Emlyn Hughes. Nulla, Capo.

Bill annuì. E Bill disse, Non ricevi nulla per essere arrivato secondo, figliolo.

Perché, se sei secondo, non sei nulla. Sei nel nulla.

Il primo è primo. Il secondo è nulla.


L'ossessione è. Non fallire.


Bill sapeva che il fallimento poteva diventare abituale, che la sconfitta poteva diventare routine. Routine e familiare. Familiare e accettata. Accettata e permanente. Permanente e imprigionante. Imprigionante e soffocante. Bill sapeva che il fallimento portava con sé catene. Catene che ti imprigionavano. Te e i tuoi sogni. Che imprigionavano vivi te e i tuoi sogni. Bill sapeva che la sconfitta portava con sé vanghe. Vanghe che ti seppellivano. Te e le tue speranze. Che seppellivano vivi te e le tue speranze. Bill sapeva che si doveva combattere contro il fallimento.


Questo libro parla di un uomo e di un rituale e di un'ossessione.

E di un amore. Senza limiti.


Ma allora tu chi sarai, chiedevano i bambini. Se vieni fuori a giocare con noi, allora chi sarai, Bill? Quale giocatore vorrai essere?

Bill rise. Col cuore che accelerava. Che accelerava ed era di nuovo sano. E Bill disse, Liverpool, naturalmente. 

Io sarò Liverpool, ragazzi.


Questo libro parla di un uomo e di un rituale e di un'ossessione e di un amore senza limiti.

Un amore ricambiato.


E questo tifoso, questo tifoso nella sua tuta da lavoro bianca, questo tifoso nella sua tuta da lavoro bianca e con il suo alto cappello rosso, con lacrime sulla faccia e disperazione nella voce, questo tifoso tratteneva Bill. Stretto, più stretto. Questo tifoso abbracciava Bill. Forte, più forte. Lo stringeva come se non avesse voluto lasciarlo mai più. E questo tifoso pregava e implorava e piangeva. Per favore non vada, Mr Shankly. Per favore non ci lasci. Per favore rimanga, Mr Shankly. Per favore rimanga con noi, per favore...



Ugo Polli



martedì 21 gennaio 2014

Cosa vuoi fare da grande di Angelo Orlando Meloni e Ivan Baio



Cosa vuoi fare da grande è un romanzo di Angelo Orlando Meloni e Ivan Baio, uscito alla fine dello scorso anno per la Del Vecchio Editore.
Si dice che sia facile commuovere il prossimo, ma che far ridere sia molto più difficile. Ognuno di noi ha un amico che, davanti a Jerry Lewis, Leslie Nielsen, Totò, si è limitato ad alzare il sopracciglio con algido distacco mentre tutti gli altri si sbellicavano dalle risate. E magari quella stessa persona arrivava a ridere fino alle lacrime per una squallidissima battuta sconcia, che suscitava in tutti gli altri adulti solo un imbarazzato sorriso o un silenzio ancora più imbarazzato. Quindi, sì, la risata è difficile da ottenere; il sorriso, gli occhi al cielo accompagnati da una smorfia buffa sono un’altra storia: la risata, quella vera, autentica, di pancia, quella sì che appare a molti aspiranti comici come una meta irraggiungibile, una chimera. La risata fiorisce all’improvviso e subito fugge via. Ancora più ardua impresa è cercare di far ridere attraverso la parola scritta: uno spettacolo dal vivo, o anche filtrato dallo schermo di un televisore, dalla radio, ha sempre quel qualcosa in più, la voce del comico, l’intonazione, le smorfie, i gesti … Anche le risate del pubblico sbilanciano lo spettatore più indeciso verso la risata. Scrivere per far ridere è tutto un altro paio di maniche, anzi, è un campo minato, un percorso di guerra. E qui si avventurano Ivan Baio e Angelo Orlando Meloni.
Sarò sincero: quando il Kraken mi ha scritto della possibilità di recensire quest’opera, ho cercato in rete e ho letto con grande perplessità di un “tragicomico romanzo sul tragicomico futuro dell'istruzione italiana”, un racconto sulla “la vita e perfino le sue miserie”. Mi sembrava, sinceramente, un biglietto da visita po’ pretenzioso. D’altronde, quanti autori sono stati presentati come “la nuova promessa del fantasy/thriller/horror” e quanti romanzi “straordinari”, quanti “capolavori” sono poi finiti in un (peraltro meritatissimo) dimenticatoio? Quindi, con l’algido distacco di cui sopra, mi sono messo a leggere la mia copia.
Cosa vuoi fare da grande mi ha sorpreso, perché fa ridere - davvero. Forse non tutti i lettori, sempre e comunque, ma l’ironia, l’esagerazione, la parodia riescono in quello che era l’obiettivo più difficile da raggiungere: la risata. Tralasciamo il burocratese caricato all’estremo, la trama un po’ contorta che rischia di ridurre a semplici comparse quelli che sono stati definiti i “veri protagonisti”, Guido e Gianni; lasciamo stare i nomi che nemmeno un campione di Memory riuscirebbe a ricordare: questa, in fondo, è solo l’opinione personale del sottoscritto, che, si sa, va a cercare sempre il pelo nell’uovo. Il fatto è che, finito di leggere il romanzo di Baio e Meloni, ho avuto la sicurezza di avere tra le mani un bel romanzo. Un romanzo comico che parte da una domanda sul futuro della scuola italiana, ma che poi cambia direzione. Ben presto le protagoniste non sono più la Scuola e l’Istruzione, fortunatamente per noi, che ne abbiamo fin sopra i capelli di analisi, previsioni e distopie. I personaggi del romanzo lasciano la questione del futurometro sullo sfondo e prendono il posto che spetta loro: in scene più o meno lunghe, non necessariamente legate fra loro, ci ricordano i nostri anni di scuola, le nostre interminabili lezioni all’università. Gli incompresi, le mamme, gli insegnanti, i bidelli, il Preside, i bambini di Cosa farò da grande piacciono, perché ci ricordano i nostri compagni, i nostri professori, la scuola che per lungo tempo è stata tutto il nostro mondo. E a quel punto leggere diventa ricordare, condividere e, come scriveva Guareschi, “allora è tutta un’altra cosa”.

Oskar Felix Drago


venerdì 29 novembre 2013

Nomina per il Versatile Blog Award - Un post del Kraken

Sono contento di avere ricevuto una nomination per il Versatile Blog Award e per questa nomination ringrazio Vittorio Sabbattini che nel suo blog ha nominato per questo premio i totani sognanti: 
estendo i complimenti ovviamente ai vari collaboratori e partecipo al "gioco" seguendo le regole che ho trovato qui:
http://versatilebloggeraward.wordpress.com/vba-rules/
e che qui riassumo:
•  Thank the person who gave you this award. That’s common courtesy.
•  Include a link to their blog. That’s also common courtesy — if you can figure out how to do it.
•  Next, select 15 blogs/bloggers that you’ve recently discovered or follow regularly. ( I would add, pick blogs or bloggers that are excellent!)
•  Nominate those 15 bloggers for the Versatile Blogger Award — you might include a link to this site.
•  Finally, tell the person who nominated you 7 things about yourself.

Partendo dall'ultima regola...
a Vittorio, la persona che ha nominato questo blog, scrivo:

1)ho deciso di creare questo blog perché ritengo che sia utile segnalare opere interessanti che possano magari sfuggire all'attenzione del grande pubblico e/o portare riflessioni meditate anche sulle opere che al grande pubblico non sfuggono. Perché a volte è importante capire e spiegare perché apprezziamo qualcosa, più che dichiarare che l'apprezziamo.
2)ho deciso che il blog poteva e doveva essere multiautore: accetto volentieri contributi di persone intelligenti e originali che amano scrivere di ciò che leggono o vedono a teatro o al cinema.
3)ho deciso che questo blog doveva essere diverso dagli altri: niente banner pubblicitari, niente blogroll, niente link ai siti "amici".
4)questo blog si visita solo per leggere l'articolo che interesa se interessa: non è una chat o un forum.
5)in questo blog non è disponibile la funzione "commento": questo blog va considerato come se fosse una rivista. Per quelli che vogliono scrivere qualcosa al blog, come una volta si scriveva alle riviste, è disponibile un indirizzo email.
6)in questo blog si recensiscono ovviamente solo i libri letti, i film e gli spettacoli teatrali visti, i dischi ascoltati etc..
7)in questo blog non si fanno marchette; se un amico chiede assolutamente di recensire una sua opera... leggerà una recensione educata, ma aderente all'opinione reale del recensore.

Nomino  adesso 15 blog che seguo:

Il Kraken




domenica 27 ottobre 2013

Terra Ignota di Vanni Santoni HG - New Italian Fantasy

Eccomi a recensire "Terra Ignota" di Vanni Santoni HG. 
Ho sentito in questi anni parlare di Vanni Santoni sul web come di un giovane scrittore serio che ha partecipato e partecipa ad opere (anche collettive) senza timore di essere associato a certe aree o a certe tematiche, senz'altro lontane dalla narrativa di genere e ancor di più da quella di genere "fantasy" - che tra tutti è senz'altro il più denigrato come disimpegnato, frivolo, favolistico.

Sappiamo che alcuni generi, in primis il noir - ma anche la fantascienza in molte delle sue declinazioni (dalla sociologica, alla new wave, al cyberpunk) o l'horror - sono stati "rivalutati": soprattutto perché alcuni maestri sono stati capaci di creare opere che travalicassero le "barriere" dal genere e si imponessero tout court, usando un linguaggio particolare o rendendo memorabili i propri personaggi o semplicemente costruendo trame e mondi affascinanti  o ancora sommergendo di pathos il lettore (e penso a Delany, a Gibson, a Stephenson, a Ellroy e Peace, a Simmons e King, solo per fare qualche nome). Quindi in qualche caso tanto la critica letteraria, quanto il pubblico, hanno premiato opere "di genere" e le hanno promosse nell'Empireo del Romanzo.

Per la fantasy il discorso è sempre stato differente. Il tipico lettore di fantasy non cerca né innovazioni stilistiche, né pathos e soprattutto rifugge il realismo (parlo di realismo alla Ellroy). I temi dei romanzi sono spesso didascalici/educativi; non troviamo quasi mai violenza, né sesso: se sono presenti, lo sono come nei film della Disney e infatti anche per questo, spesso, la narrativa fantasy viene considerata narrativa per bambini/ragazzi (che infatti ne sono anche i principali consumatori).

Chi scrive fantasy, quindi, segue per lo più un canone; in piccolo potremmo dire che scrivere un'opera fantasy sia un po' come scrivere un haiku: 5-7-5. Regole, figure archetipiche e simboli. Si può omaggiare questa triade con serietà, giocarci con ironia (penso a Pratchett!), rimescolare tutte le carte con genio (penso a Moore, in Promethea, ad esempio).

Alcuni scrittori invece si sono proprio discostati dal canone: hanno così conquistato lettori "altri" e forse perso i lettori più ortodossi. Penso al mitico ciclo del torturatore di Wolfe, al ciclo del trono di spade di Martin e al ciclo dell'Eretico di Altieri: ci hanno donato personaggi e/o scenari indimenticabili, una scrittura densa e forte, mondi violenti e spaventosi i cui orrori (umani soprattutto!) difficilmente dimenticheremo. Una fantasy nera, se vogliamo: un tipo di narrativa in cui si raccolgono le istanze tipiche (ambientazione pesudostorica-medioevale, presenza di creature fantastiche / magia) ma solo per rovesciarne il flavour (ingiustizia, precarietà, ignoranza - senso di angoscia perché il mondo è inconosciuto e inconoscibile - guerre, catastrofi - mostri, superstizione). Storie in cui il famoso "trauma da riconoscimento" è assai più forte che in tanta narrativa mainstream.

Santoni non ha fatto nessuna di queste cose. E per questo si può dire che il suo romanzo tenga fede alle dichiarazioni di intenti che potete leggere in una delle numerose interviste che trovate in rete. La sua idea è quella di dare vita a quella che io chiamerei una "new italian fantasy" (per riecheggiare un'altra interessante operazione), un fantastico che abbia caratteristiche nuove non solo rispetto alla fantasy "classica" di  ispirazione anglosassone, ma anche rispetto ad opere che, come dicevamo, con essa c'entrano  poco o niente.
Qui lo scenario fantastico non è lì per essere cornice funzionale (approccio classico) o occasione di rappresentazione impietosa e realistica del mondo (il senso di certe opere sembra essere: "sai cosa ti dico del medioevo?" di blade-runneriana memoria - vedi Martin o Altieri): qui lo scenario fantastico è esso stesso quasi il vero soggetto. In questo senso vorrei quasi parlare di metafantasy, perché molti degli elementi sono lì come riferimenti ad altro: e questo altro è principalmente "letterario". E quasi quindi mi viene da parlare di "postfantasy", perché Santoni sembra fare con la tradizione fantasy-fantastica ciò che altri hanno fatto con la letteratura tout court.
Infatti ritroviamo la stessa leggerezza, lo stesso "vuoto" se cerchiamo i personaggi, il pathos, il "romanzo" nel senso classico, ottocentesco del termine, proprio come accade con la più spinta narrativa (anche popolare) postmoderna; ritroviamo lo stesso scanzonato disinteresse per realismo, verosimiglianza, coerenza. E anche lo stesso spirito giocoso, irriverente e divertito: tanto che possiamo assistere all'incontro tra l'improbabile pokemon protagonista e un personaggio di Eliot, magari mentre  sullo sfondo appare un acquarello di una città invisibile di Calvino. 

Dentro a questo romanzo non c'è un romanzo: con una suggestione d'ispirazione tutta orientale - quasi zen - Santoni ci accoglie nel locale che ha allestito per noi, per questa festa fantasy. Un locale che sembra non contenga niente, ma invece, semplicemente, non contiene niente di ovvio. Troviamo combattimenti da film di serie B, ma senza exploitation o angoscia; incontri "romantici" ma privi tanto di sesso quanto di passione; magia senza meraviglia né stupore. Intrecci semplici e personaggi da anime/manga immersi in un universo citazionista in cui tutto si mescola: i Cavalieri (buoni e cattivi, fedeli e traditori), la cerca del Manufatto, la bambina perduta e ritrovata, la principessa occultata, il vecchio eremita... ma anche i funghi giganti, la fonte nella bolla, il fiume magico. Il ramo d'oro di Frazer spiccato da un albero del bosco Atro dentro un disegno di Miyazaki: riferimenti dotti e cultura pop danno vita ad un vero e proprio pastiche "postfantasy" che è comunque solo il primo di una trilogia. 
Un'operazione coraggiosa, originale: un gioco leggero, un meta romanzo che riesce a lasciare il lettore sempre ben al di fuori di ogni coinvolgimento che non sia intellettuale - una specie di festa in costume, dove le cose non sono mai quello che sembrano.

Denise Bresci



 
 
 

mercoledì 16 ottobre 2013

Il giorno che diventammo umani di Paolo Zardi - Non ho bocca e devo urlare


 

"Il giorno che diventammo umani" è l'ultima raccolta di racconti di Paolo Zardi, uscita in anteprima al Salone del Libro di Torino e ora disponibile regolarmente a catalogo. Per chi ha già letto i suoi racconti in  "Antropometria" o comunque conosce Zardi come narratore, è certamente un appuntamento imperdibile e importante: una nuova tappa del suo percorso. A chi non lo ha mai letto non so se consiglierei di cominciare da questa raccolta: forse suggerirei di partire con Antropometria; per capire meglio, per avere un'idea più completa della sua poetica.
Infatti "Il giorno che diventammo umani" ha un tema forte che permea quasi tutti i racconti e, leggendo soltanto questa raccolta, si potrebbe pensare che la sua narrativa sia in qualche modo "limitata". Ma qui i limiti sono autoimposti, come se - a parte qualche eccezione - Zardi avesse voluto esercitarsi in un compito ben preciso: ritrarre l'umanità che gli sta intorno, così come la vede, alle prese con la banalità della tragedia.
I protagonisti dei racconti sono tutte persone "normali": lavoratori o pensionati, giovani o vecchi, uomini o donne; sono (quasi) tutti inquadrati in un contesto familiare e sono (quasi) tutti colpiti da eventi oggettivamente o soggettivamente devastanti: eventi che hanno pesato su tutta la loro vita o che di fatto arrivano a cambiarla irreparabilmente. Così, il lavoro che Zardi compie è mettere queste persone davanti a eventi spaventosi non tanto per osservare quanto per immaginare le loro reazioni; nella maggior parte dei racconti infatti l'autore non si limita a fotografare le persone, a mostrarcele dal di fuorima entra nelle loro teste e ci porta i loro pensieri, le loro riflessioni più intime. L'autore compie di fatto un'esperimento: come un giocatore - dio di Populous, distrugge il suo popolo di personaggi e poi si figura i loro pensieri, le loro parole, opere e omissioni. 
Ed è qui il vero punto.

Perché quello che colpisce il lettore non è l'evidenza della fragilità della felicità/serenità, della precarietà di quel mondo che per ognuno di noi è tutto, ma il modo in cui i personaggi reagiscono alla destabilizzazione: anzi, forse, il modo in cui non reagiscono. La parte amara è la rivelazione della loro (e nostra?) totale impreparazione: è come se Zardi volesse dirci che, di fronte agli eventi più temuti, la risposta non sarà plateale, grandiosa, drammatica... carica di significati; ma sarà banale, meschina, piena di compromessi. E forse non sarà quasi una risposta: le persone si lasciano vivere, sopravvivono; si rialzano e trovano una strada, nonostante tutto; come zombie sentimentali colpiti e colpiti, proseguono con la loro disarmante banalità attraverso le macerie della propria vita, con parole scontate, atti egoisti, piccole viltà.

Qualcuno potrebbe pensare che la lettura di questi racconti possa rattristare per via degli eventi funesti che vengono "messi in scena": in realtà rattrista, ma per il modo in cui questi personaggi si trovano a gestirli. Impreparati alla complessità dei propri sentimenti, tengono insieme a forza i pezzi delle proprie vite, lasciando fuori tutte le maiuscole: come dire che Amore e Morte e Tragedia e Dolore non abitano più in noi e che non siamo capaci né di evocarli né di combatterli.
Questa incapacità dei personaggi, questa loro inadeguatezza è quasi disarmante per il lettore: inibisce ogni empatia, ogni sentimento di pietà o fratellanza. Loro (loro) sono le vittime e sono così: ma noi saremmo diversi? è la domanda che ci pone Zardi. Avremmo anche noi quei pensieri banalizzanti, meschini, egoistici? Sceglieremmo anche noi la via più semplice e meno nobile?


Il primo e l'ultimo racconto sono un caso a parte. L'ultimo, brevissimo, è quasi un divertissement (e quindi completamente distaccato dagli altri per toni, lingua e argomenti); il primo invece è secondo me il vero gioiello dell'antologia: con un linguaggio particolare, secco e lucido, Zardi mette in scena uno squallore così intenso da stringere il cuore. Il sapore di questo racconto è davvero speciale: riesce a generare forse disgusto ma incredibilmente anche pietà per l'uno addirittura più che per l'altra; la solitudine di questo personaggio è accecante, tanto più vera perché quasi non detta. E il suo ritratto mi ha ricordato, nella sua precisa e attenta, realistica, alienità l'indimenticabile parrucchiere infelice di Saunders. Ci colpisce il modo in cui il protagonista si lascia vivere: un attimo prima pensiamo "ma piuttosto che vivere così...", ma un attimo dopo siamo colpiti ben più profondamente dalla consapevolezza che sì, si vive anche così, e lo si fa con una tale naturalezza che sembra normale, prima di tutto a sé stessi. 

E qui, questo tema - che poi è anche quello degli altri racconti - risuona forte e chiaro, quasi assordante.

E probabilmente non serve far finta che non sia così, anche se forse, davvero, è proprio ciò che facciamo.

Denise Bresci

martedì 16 luglio 2013

Sentieri di notte di Giovanni Agnoloni - Oltre l'orizzonte bianco: dentro e fuori dalla fantascienza

I come with this Darkness
And go away White
Bauhaus

Sentieri di notte è un oggetto misterioso, un romanzo affascinante perché difficilmente definibile. Sicuramente molto ambizioso, soprattutto nel suo ammirevole tentativo di ibridare molti generi, dal thriller alla fantascienza post-cyber, dalla “quest” all’opera allegorica (Saramago, Kafka..).
Ammirevole perché è davvero raro, in Italia, un atteggiamento colto e serio verso la fantascienza; all’estero, per citare i casi più noti ed eclatanti, autori come Gibson, Lethem e Stephenson entrano ed escono dal genere con naturalezza, scrivendo opere che vediamo entrare nelle classifiche del New Yorker; in Italia, la SF viene usata come scusa per scrivere pessimi romanzi e racconti, come se, una volta avuta un’idea bizzarra (“e se..”), si pensasse che il romanzo o il racconto si scrivano da soli. Per molti, in Italia, la SF è quel genere che si può scrivere senza conoscere nemmeno la propria lingua (forse si presuppone il lettore totalmente privo di background letterario?), in cui vince chi la spara più grossa (tanto è letteratura di idee, no?), in cui il tratteggio psicologico dei personaggi non trova alcun posto e in cui la trama non esiste (“beh, ma hai visto? Siamo in un mondo in cui..”) o è un patetico intreccio che verrebbe scartato anche dall’ultimo dei giallisti.
Qui, finalmente, siamo di fronte a qualcosa di diverso. Innanzi tutto c’è la ricerca di uno stile, l’uso di un tono accorato e sentito che permette al lettore di scivolare pian piano nel particolare mood del romanzo: dolente, onirico, allegorico, rarefatto.
L’aspetto fantascientifico è volutamente labile, antologico: c’è una raccolta di topoi della letteratura di genere (l’androide perfetto, la multinazionale onnipotente) che serve a produrre uno sfondo appena accennato, a creare un meta-scenario. La presenza di questi elementi è volutamente citazionista perché l'esigenza è quella di produrre echi nella mente del lettore: è chiaro che non è lì, nel dettaglio informatico o sociopolitico, l’attenzione dell’autore. Il mondo di “Sentieri di notte” è il mondo come è ora, o come potrebbe forse essere un poco più avanti nel futuro; uno scheletro semplificato di cui interessa evidenziare solo la solitudine, il senso di perdita di sé e di autenticità di desiderio degli individui. La fusione e il successivo “off” delle reti energetiche serve solo da innesco, tanto che il romanzo avrebbe potuto essere forse ancora più interessante se la “notte d’Europa” non fosse stata nemmeno spiegata. 
La vera storia in questo romanzo è nel disegno di secondo livello: la quest che conduce alla Fonte, la quest di O’Rourke (altra evocazione: come non rammentare, con i suoi tormenti, la figura di padre O’Rourke di simmonsiana memoria?).
E’ in questa forma particolarmente rara di ibridazione che troviamo un assoluto tratto di novità. Romanzi di formazione, quest spirituali, storie allegoriche tipicamente utilizzano il fantastico,  l’horror o, al massimo,  la fantasy, mentre qui  si è fatto un esperimento ardito: quello di mettere in scena elementi metaforici, ma anche la loro fisicità scientifica/fantascientifica.
E’ così che possiamo trovare quello che è forse l’elemento più riuscito di tutto il romanzo: il Bianco, questo protagonista che sembra solo un contraltare cromatico del Nero della notte d’Europa e che è invece il cuore angosciato e angosciante del romanzo. Nebbia metafisica, lattiginoso regno della memoria e dell’inconscio, fisica sostanza disgregante la materia, è un simbolo sovraccarico di significati. Contrariamente al Bianco di Cecità di Saramago, però, è un Bianco aperto, un Bianco che permette la comunicazione, il recupero di ricordi perduti, il saldarsi di connessioni fragili, quasi spezzate. E’ come un inconscio condiviso, una memoria comune; in questo senso è l’opposto dello spettro della notte d’Europa: là, l’orrore evocato è solitudine, regressione ad uno stato animale, guerra. Qui il Bianco nasconde, nella sua natura apparentemente ostile di “bug”, l’opportunità di una crescita. E questa crescita è uno dei messaggi più forti di cui l’autore intesse il romanzo, rivelandoci che forse, più di ogni altra cosa, si tratta di un diario: la storia del superamento di un dolore.
Alla fine, più che l’androide, le atmosfere alla Sandman, gli scenari wendersiani, la rarefazione di personaggi e trama, quello che resta davvero nella mente del lettore è il senso di pacificazione: una pacificazione che brilla lontana come una luce al di là di ogni ombra, come una Fonte al di là di ogni mare, ottenuta attraversando campi di spine, ma per questo più preziosa.

Un’opera particolare, dalla realizzazione non facile: ma grande nelle sue intenzioni. Leggeremo il seguito, perché sappiamo che questa storia continuerà e vogliamo conoscerla fino in fondo.

Denise Bresci

mercoledì 3 luglio 2013

Siamo tutti fratelli - Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, D.T.Max


Sono stata indecisa per un po’ se scrivere o no una nota su questo volume. In realtà penso che chi legga qualcosa di DFW se ne innamori immediatamente e che quindi non ne abbia mai abbastanza di lui: e allora certo non aspetterà questo mio post per procurarsi e leggere avidamente le pagine di “Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”.
Peraltro, chi non abbia avuto la fortuna di leggere qualcosa di DFW, come potrebbe interessarsi alla sua biografia?
Da qui i miei dubbi. 
Ma poi ho capito che volevo comunque dire qualcosa. Che leggerlo non mi era bastato. Che avevo bisogno di comunicare quanto valga questo libro.
Innanzi tutto una considerazione immediata: il libro è appassionante, avvincente, coinvolgente. Brillante, mai noioso. Iniziato e finito in pochi giorni, era difficilissimo staccarsene.

Il tono di D.T. Max è perfetto: ci racconta con semplicità la vita di DFW, con il rispetto che ci aspettiamo e con la cura e la serietà che la situazione, così complessa e delicata, richiedono.
Un aspetto che colpisce, poi, è che il suo lavoro è davvero monumentale, come si vede dalle pagine dei ringraziamenti: ogni fatto narrato è documentato con tanto di fonte; ma non si tratta certo di una tesina compilativa. Questa enorme mole di dati è stata raccolta, amalgamata, impastata con una profondissima e attenta conoscenza delle opere di DFW, in modo da offrire al lettore un’opportunità straordinaria, quella di ripercorrere il percorso creativo/artistico di DFW attraverso gli eventi reali della sua vita. Questo è davvero entusiasmante; interessantissima è anche la possibilità di ripercorrere le fasi del DFW-pensiero sulla letteratura (e tutto quanto), fasi che si intuiscono e si inducono leggendo la sua saggistica e narrativa, ma che qui compaiono ben esplicite. Vedere quanto era forte in lui l’urgenza anche e soprattutto morale di dare nuova vita alla letteratura, al senso stesso della letteratura, non potrà che farvi amare ancora di più quanto ha scritto. E forse capirlo una volta di più.
Consiglierei di leggere della vita di DFW magari dopo avere letto le sue opere. Almeno dopo avere letto “La ragazza dai capelli strani”, “Brevi interviste.. “, “Infinite Jest” e qualcosa della sua non – narrativa; almeno il saggio sulla TV e la sua influenza sulla letteratura/vita americana e naturalmente “Questa è l’acqua”. Questo perché altrimenti si rischia di leggere le sue opere con un’ottica differente, diversa da come sarebbe normale leggerle. So che si legge sempre localizzando l’autore in un contesto storico; ma qui non si tratterebbe di conoscere “qualcosa” della vita dell’autore e del periodo in cui visse: qui somiglierebbe di più a quando si legge lo scritto di un amico.
 
E’ invece bellissimo scoprire “a posteriori” da dove venga quell’idea, quel particolare, quel dettaglio, quel grandioso disegno (a seconda dei casi) che magari tanto abbiamo apprezzato; scoprire come e quanto le sue opere siano intessute degli eventi della sua vita è stato un percorso affascinante. E anche coinvolgente e doloroso; perché leggere “Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi” e arrivare in fondo un po’ fa male: se leggendo abbiamo l’illusione di vedere DFW vivo (grazie alle sue parole, alle testimonianze degli amici,  alle lettere), le pagine finali ci conducono di nuovo al mondo reale, in cui lui non c’è più.  Ed è davvero triste perderlo di nuovo.
 
Denise Bresci

 

martedì 4 giugno 2013

Il posto tranquillo di Francesco Tedeschi


Spesso è stato il mio sogno
Vivere con qualcuno che non c'era
Come un pesce dell'oceano che nuota controcorrente
Tra reti, ami e orsi affamati

Quando l'acqua divenne meno profonda
Le mie pinne dolevano di fatica
Sto nuotando nel mio sonno
So che non posso tornare indietro
 
E ora le mie pinne sono nell'aria
E il mio ventre si graffia sulle rocce
Penso ancora che a qualcuno importi
E continuerò a nuotare finché non mi fermerò
Da Will To Love, Neil Young
 
Questo romanzo non è facile da presentare e tuttavia merita di essere segnalato, perché è buono. Ed è cosa rara, tra i romanzi dei giovani scrittori italiani.
E’ tante cose, ma in modo nuovo ed è diverso da come ci si potrebbe aspettare, perché non somiglia a niente: sembra che l’autore renda omaggio a più generi, ma la mia opinione è che li usi insieme per rendere meglio quanto ci vuole raccontare. E considero positivo il fatto di non avere paura di disorientare il lettore perché la letteratura è per i lettori: per chi ha voglia di stare attento e di andare avanti.
Voglio anche dire infatti che durante la prima decina di pagine è difficile orientarsi, perché ci sono più “cambi scena”. Questo, più che scoraggiare, invoglia perché comunque non si tratta della classica alternanza di personaggi diventata ormai essa stessa tradizione; l’autore passa con disinvoltura da una scena all’altra, in salti di tempo e spazio, senza preoccuparsi se il lettore capirà, se riuscirà a seguirlo, ma concentrandosi sulle scene, sulla forza dei singoli quadri e dei personaggi che li abitano.
 
Credo che questo, di nuovo, sia un merito: il coraggio di scrivere cercando di creare, di evocare. Il coraggio di raccontare la storia che si vuole, nel modo che si vuole, perché il frammento, il frame, lo scambio di battute, sono oggi la misura della nostra percezione e la chiave di un realismo forte che è prima di tutto aderenza alla vita e intimità con il lettore. In questa fase non vedevo il quadro di insieme, ma trovavo la lettura coinvolgente e interessante. Non è poca cosa.
 
Ma l’attrazione per la storia e il desiderio di continuare non vengono solo dalla voluta assenza di linearità - dal ritmo spezzato - di questa prima parte della narrazione: derivano anche dal fatto che, attraverso questi frammenti, il lettore si ritrova a conoscere alcuni personaggi che sente immediatamente vicini, naturali. Come se i vecchi amici del romanzo fossero i propri. Come se a parlare fosse chi legge. E le voci che leggiamo ci sono così familiari che ci chiediamo di cosa stia cercando di parlarci, con la nostra stessa voce, questo giovane autore.
Ed è qui che parte il mistero: perché il racconto si inerpica, come a salire un pendio di cui siamo curiosi vedere la sommità. E il mistero è tanto più interessante quanto è di fatto un nodo stretto dentro la vita dei protagonisti, un nodo che li lega, ognuno agli altri, ma soprattutto ognuno al se stesso che si è stati o non si è stati, al se stesso che si voleva essere e si è disatteso, al se stesso che è stato deluso.
E’ bello vedere che, per una volta, il tema che si vuole affrontare non è scelto a caso dal campionario di stagione: ed è bello vederlo messo in scena con grazia ma forza. Con una voce moderna e naturale. Con una scrittura semplice e misurata, mai snob, sempre funzionale al racconto.
In questa fase la narrazione si fa un po’ più lineare (benché non manchino classici flashback), come ad accompagnare piano il lettore alla scoperta del nocciolo che lo aspetta: qui forse avrei preferito che l’autore spingesse fino in fondo il suo registro fatto di fotogrammi, frammenti di scene. Sarebbe stato ancora più interessante.
Ma le sorprese non finiscono ancora: l’autore non rinuncia ad essere duro e dopo aver portato il lettore dentro il suo proprio labirinto di scelte, dopo averlo portato al centro di un necessario impasse morale, dopo averlo costretto a guardare/guardarsi, gli fa alzare lo sguardo: e lì, a colpire, c’è la fredda indifferenza delle cose che accadono, il maglio cieco del destino.
Un quadro sconfortante, sembrerebbe: ma in realtà il miglior quadro possibile. Perché questa è la storia di una ricerca, di una ricerca che è prima di tutto difficile decidere di intraprendere, poi, semplicemente, difficile da intraprendere. Poi facilmente trascurata, sopita. Abbandonata, talvolta.
E che solo alcuni riprendono e concludono.
E’ una storia forte, molto sentita: l’originalità e la disinvoltura della voce dell’autore fanno sì che resti molto chiara nella mente del lettore.
Come se anche noi avessimo partecipato in prima persona a questa rappresentazione: fino al punto di chiederci davvero dove ci troviamo, in quel labirinto e se mai ne troveremo l’uscita.
Il posto tranquillo è là. 
 
Se ci incontriamo lungo la via
Per piacere ondeggia al mio fianco, ondeggiamo insieme
Le nostre code insieme e le nostre pinne e la mente
Lasceremo quest'acqua e faremo splendere le nostre squame
Nel sole lassù e nel cielo al di sotto
Così che tutta l'acqua e la terra saprà

Spesso è stato il mio sogno
Vivere con qualcuno che non c'era
 
Da Will To Love, Neil Young
 
Denise Bresci 

sabato 6 aprile 2013

Siamo soli [Morirò a Parigi] di Chiara Daino - Molto ma Molto Bene


NIKITA  
Il mio nome
è gallinella! 

Luc Besson, La Femme Nikita 

ANFRIDO
Io viver tuo guerrier, quand'io potea 
Morir quello d'Adelchi? Al ciel diletto 
È' Adelchi, o re. Da questo giorno infame 
Trarrallo il ciel, lo spero, e ad un migliore 
Vorrà serbarlo; ma, se mai... rammenta 
Che, regnante o caduto, è tale Adelchi, 
Che chi l'offende, il Dio del cielo offende 
Nella più pura immagin sua. Lo vinci 
Tu di fortuna e di poter, ma d'alma 
Nessun mortale: un che si muor tel dice. 
Alessandro Manzoni, Adelchi


Fondamentalmente tre sono i possibili stadi di manifestazione e di conoscenza di quel fenomeno attoriale e autoriale che va sotto il nome di Chiara Daino. 
Il primo e più completo è noto come pre-senza: il soggetto già conosce Chiara Daino come attrice / autrice / persona, è da lei conosciuto e (particolare non secondario) Chiara Daino è presente. 
Il secondo, doloroso ma inevitabile, può essere definito as-senza: il soggetto già conosce Chiara Daino come attrice / autrice / persona, è da lei conosciuto e, purtroppo (come inevitabilmente talvolta accade), Chiara Daino è altrove
La terza, e più miserabile, condizione è nota come -senza: il soggetto non conosce Chiara Daino come attrice / autrice / persona, non è da lei conosciuto e, quand'anche Chiara Daino sia vicina, il soggetto non è in grado di avvertirne la pre-senza
Come appare ictu oculi, di Chiara Daino si è naturalmente portati a prediligere la pre-senza rispetto all'as-senza: perché è bella (pre-senza), perché è (pre-senza) scenica, perché è (pre-senza) di spirito, perché è (pre-senza) di parola. 

La pre-senza di Chiara Daino, tuttavia, porta con sé un potenziale rischio di assuefazione: la prolungata esposizione a dosi tanto elevate di talento, gusto e cultura in un mondo che tranquillamente ne fa a meno oppure allegramente li simula, può nuocere gravemente alla vostra vita di relazione. 
Bisogna considerare altresì che, pur essendo dotata di Döppelganger, Chiara Daino non può trovarsi in più di due luoghi contemporaneamente. 
Diventa pertanto necessario dotarsi di mezzi per gestire l'as-senza di Chiara Daino: noi abbiamo trovato una modalità quasi perfetta e, tutto sommato, di facile realizzazione. 
Chiara Daino è infatti dotata di un corpo fisico (due, contando il Döppelganger)  che, digitando su una tastiera, produce corpi cartacei contenenti il suo pensiero, le sue considerazioni, le sue storie, la sua es-senza. Detti corpi cartacei sono volgarmente noti come libri
A differenza di ciò che accade con altri oggetti della medesima categoria, i libri di Chiara Daino sono interessanti: sono sentiti; sono pieni di citazioni e giochi di parole: sono belli: sono imprevedibili; sono veri
La presenza di una sola di queste caratteristiche è di solito sufficiente per indurre il lettore (categoria ontologica tuttora esistente) a porre mano al portafoglio e, acquistatane una copia, a leggere (atto nel quale si sostanzia e si sublima la sua vera natura, da cui il nome). 
E' un'operazione tutto sommato semplice e, vorremmo dire, piuttosto naturale per un lettore: tuttavia, come spesso avviene, alcuni ostacoli (non certo insuperabili), si frappongono. 
  1. Quale libro di Chiara Daino acquistare? 
  2. E come? 
  3. E dove? 
Fortunatamente, come si diceva, si tratta di ostacoli facilmente superabili: la risposta a tutti questi quesiti è davvero semplice. 
Il 5 aprile il più recente corpo cartaceo prodotto da Chiara Daino, “Siamo Soli – Morirò a Parigi”, è uscito in libreria. Si tratta di un poema in prosa, o forse di un romanzo in versi. Ha tutte le positive caratteristiche sopra elencate e vi permetterà di conoscere Chiara Daino come autrice, benché in sua as-senza, in base alle categorie sopra definite. 
Certo, come già esposto, è sempre preferibile la pre-senza di Chiara Daino alla di lei as-senza: ma anche a questo c'è rimedio. 
Il 13 aprile, infatti, il romanzo di Chiara Daino sarà pre-sentato alla libreria BooksIn di vico del Fieno, a Genova. E Chiara Daino sarà pre-sente alla pre-sentazione. Quale migliore occasione per passare dalla triste condizione sopra enunciata come -senza direttamente alla felice condizione nota come pre-senza

Ugo Polli


...
From: colpad'Alfredo@libero.it

E come burro: scivolo via! 
Non cambio: la bambina dell'Asilo. Quella che si arrabbiava quando la lasciavano a mezz'aria sull'asse. Scherzi di leva. Erano tutti più pesanti di me! Lo sono ancora, ma ora: li lascio lì. Laggiù. Mentre vacillo a mezz'aria. A mezzo sorriso: metà cinico, metà cantico - utile et humile. E non la capiscono: non sono frati, solo asini! E non la prendono: quella sola creatura che si è fatta ciondolo. Legata al collo di una bottiglia. Con il messaggio: avvolto,
dentro.
...
Chiara Daino - Siamo Soli [Morirò a Parigi] - Editrice Zona


giovedì 21 febbraio 2013

Mal'Esseri e Influenze - I racconti di Saverio Capozza



L’articolo di Daniele Giglioli* è un ottimo foglietto illustrativo d’avvertenze e controindicazioni: le influenze letterarie sono influenze virali, ossia a stessi sintomi corrispondono stesse malattie (è la malattia del Postmoderno, attenzione).
La letteratura contemporanea, infatti, sembra non poter prescindere da tutto ciò: sono veramente molti gli scrittori che sbandierano – chi più chi meno – una propria e personalissima discendenza dal padre comune David Foster Wallace. E molti, cercando di seguire le stesse orme del padre, inciampano e cadono rovinosamente in una penosa brutta copia dell’originale.
Questo, sicuramente, non è il caso dell’autore di cui voglio parlarvi.
Scrittore esordiente (classe ’87), pugliese verace e ottima penna, Saverio Capozza esordisce con una raccolta di racconti intitolata Mal’Esseri (L’Erudita, 2013).
Nelle interviste reperibili sul web l’autore subito dichiara di conoscere bene David Foster Wallace come lettore, e di esserne piacevolmente influenzato come scrittore. E allora, incuriosita, ho letto i racconti di Saverio Capozza. Sono intriganti, da tenere col fiato sospeso, arroganti. Strizzano l’occhio al lettore più volte, come in un vero e proprio corteggiamento.Immediatamente si nota che lo stile utilizzato è quello di uno scrittore che si sente a sua agio con tecniche narrative moderne.

domenica 16 dicembre 2012

Studio Seltz, di Giampaolo Corradini - A Journey Through the Past


 
Per chi, come me, è abituato a raccogliere vari dati prima di decidere di leggere un romanzo, l’effetto “sorpresa” è piuttosto raro.
Ma in questo caso mi sono trovata a leggere questo libro per una serie di circostanze e l’effetto c’è stato e anche molto positivo, tanto che non posso non condividere questo piacere raro, di leggere -da un autore italiano- una storia stimolante, sincera, divertente e interessante.
L’inizio, già, è promettente: dopo il primo capitolo la storia è bene aperta e può andare in mille posti. Ma l’autore è originale anche in questo e la sua scelta stilistica vi stupirà: come spesso accade, la cosa più importante è sotto gli occhi di tutti, ma non la vedrete che verso la fine. Ciò che rende così piacevole la lettura è il tono forte e chiaro dell’autore, brillante e mai volgare; i momenti che ci regala, a volte profondi e dolenti, a volte piacevoli e divertenti; il suo stile, capace di rendere in modo così immediato e preciso l’atmosfera, l’epoca, il momento. E il luogo e i personaggi. 
Normalmente non amo la letteratura “locale”, quella che fa di un luogo geografico magari provinciale e italiano il centro della narrazione: leggendo questo libro ho capito perché. Perché di solito chi fa quella scelta sembra investire solo su quella, pensando che, dal momento che ha fatto una scelta così “cool” e originale allora il libro verrà bene per forza. Perché di solito chi fa quella scelta è pigro sui personaggi, sulle descrizioni, sulle storie che racconta, come se il fatto di essere ambientate in un particolare posto le rendesse per forza degne di un qualche interesse. 
E invece qui è il contrario. Qui l’ambientazione forte è una cosa buona, perché dà vigore e precisione a personaggi che sentiamo immediatamente come veri; i luoghi aggiungono realismo a realismo, come particolari su una tela in cui però già alla prima occhiata si sia stati catturati dal volto del soggetto ritratto, dalla sua espressione. Perché il rischio, con questo genere di storie, è di dipingere in modo manieristico, mettendo sulla tela oggetti che non vengono riconosciuti perché accostati in modo ridicolo a contornare personaggi improbabili come non se ne sono conosciuti mai e come mai se ne potranno incontrare. Ebbene, se siete stufi di leggere quel genere di storie, leggetevi invece questo “Studio Seltz”: vi riconcilierà con la narrativa, riconoscerete il mondo, nelle sue pagine; vi farà capire che esiste un modo per ritrarre ciò che ci circonda, per comunicare le sensazioni che sentiamo, per aprire un dialogo tra autore e lettore. Probabilmente serve talento per incantare con le parole: ma serve anche, forte, l’intenzione di comunicare qualcosa; serve avere una storia da raccontare, qualcosa da dire. 
E di questi tempi, tra gli autori italiani, questo è un dono davvero raro.
Studio Seltz - Amore, fumo e rock'n'roll in sala prove - Aliberti Editore

Denise Bresci

lunedì 5 novembre 2012

Amour, di Michael Haneke – Nell'Inferno dei sentimenti



Lo spettatore ignaro che si ritrovasse nella sala in cui viene proiettato “Amour” di Michael Haneke convinto di assistere a un tenero, toccante e/o edificante “film d'amore” della terza età potrebbe rimanere a dir poco spiazzato.
“Amour” non racconta una storia d'amore. Come sempre accade quando Michael Haneke si presenta con una nuova opera, “Amour” racconta soltanto una storia: ed è una storia vera.
E' vera non perché “ispirata a fatti realmente accaduti” o perché “basata su una storia vera”, come si legge nei disclaimer di tanti film.

E' vera perché consequenziale: è vera perché (tema caro all'Autore) nasce dal caso / caos e si sviluppa in una direzione necessaria ma non imposta.
Non ci è concesso di rinvenire un'interpretazione rassicurante né una direzione suggerita dall'Autore: e questo perché l'occhio che osserva lo svolgersi degli eventi non è quello dell'Autore.
E' quello della telecamera fredda, cieca, indifferente. E' quello dello spettatore, che osserva senza filtro e senza censura i fatti che si svolgono, con la netta sensazione che non vi sia un'interpretazione prescelta a fini di trama. E, infatti, non c'è.

Les Amants - Magritte
La grandezza di Haneke sta nel raccontare la tragedia come un fatto normale, nato dal caso e cresciuto nell'indifferenza del mondo esterno. La scelta stilistica di non scegliere, di non condurre lo spettatore, è evidente nelle sue opere precedenti, quali “71 frammenti di una cronologia del caso”, “Storie” ma anche nei più fortunati “Funny Games”, “La Pianista”  e “Il Nastro Bianco”.  E' la scelta di non emozionarsi e di emozionare, mostrando la vita come davvero è: mostrando la dignità, l'amore quello vero, fatto di ua miriade di microscopici gesti quotidiani, la speranza e la disperazione come eventi necessari e ineludibili.

E' una scelta maledetta e possibile solo tramite grandi interpreti, quali sono Jean Louis Trintignant, Emmanuelle Riva e Isabelle Huppert: interpreti in grado di reggere l'assenza di direzione grazie all'assenza di recitazione propriamente intesa.
E' la scelta di Michael Haneke, unico regista contemporaneo in grado di tracciare tramite il mezzo la linea di demarcazione tra realismo e realtà.

Ugo Polli

domenica 4 novembre 2012

Amour di Haneke

“Il peggio non è morire, ma dover desiderare / la morte e non riuscire ad ottenerla”
Sofocle, Elettra.


Attenzione: solo per chi ha visto il film

Michael Haneke, già regista di film come “La pianista” o “Il nastro bianco”, è tornato al cinema con “Amour”, il suo nuovo capolavoro interpretato da Jean Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva. I due protagonisti, Anne e Georges, sono due anziani coniugi ottantenni, insegnanti di musica in pensione, che trascorrono le loro giornate in serenità, circondati dalla tenerezza di cinquant’anni di vita in comune. Una mattina come tutte le altre, a colazione, Anne “si incanta”: non parla più, non sente, non reagisce. Una carotide ostruita, un incidente durante l’operazione: Anne resta paralizzata dal lato destro. Costretta prima sulla carrozzella, poi a letto, perde progressivamente consapevolezza di sé e di ciò che la circonda. Suo marito Georges si occupa di lei al meglio delle proprie capacità, aiutato da un’infermiera ad ore. Sono mesi, anni di devozione, di cure, di tenerezze, ma anche di grande dolore, di disperazione, perché lui sa, come lo sa Anne, che,  nonostante tutto il loro amore, lei non guarirà più.

I lunghi piani sequenza, i silenzi, gli interni di quella bella casa trasformata dalla malattia in una prigione ci descrivono la fine di due vite.
Haneke non  si perde in quegli inutili virtuosismi di regia che tanto appesantiscono quello che oggi viene definito, molto spesso a torto, il moderno “cinema d’autore”. E nemmeno tenta di spiegare al pubblico “il senso dell’esistenza”, “quello che rende la vita davvero degna di essere vissuta” – tutte frasi vuote che sentiamo ripetere da troppo tempo e che banalizzano i cardini della vita umana al punto che ormai vengono scritte anche sulla carta dei cioccolatini. No, i personaggi di Haneke non parlano di Dio, né del destino. Anne e Georges sono due persone comuni che affrontano una disgrazia, insieme, con coraggio, nel nome di ciò che li ha uniti e che li unirà fino alla fine: l’amore.

Oskar Felix Drago

mercoledì 17 ottobre 2012

On the road - Il peso del mondo è amore

Dopo un’attesa di mesi, è finalmente uscito anche in Italia il film “On the road”: sono riuscita ad andare a vederlo (!) e non sono rimasta delusa. Il film è intenso e coinvolgente, ben recitato e con una splendida fotografia che riempie il cuore di nostalgia per gli immensi spazi e cieli americani.

Jack Kerouac
Una nostalgia che proverà anche chi non avesse avuto mai la fortuna di vedere quei paesaggi dal vivo ma li avesse solo immaginati, in decenni di appassionata frequentazione di film, romanzi, fumetti e canzoni. Perché il paesaggio americano è prima di tutto un paesaggio interiore, un’immensità che ti invade, ti abita e ti esplode dentro: ti proietta mentalmente  in un mondo di infinite possibilità e di infinite soluzioni, di libertà assoluta; lasciandoti, però, anche solo e terrorizzato davanti allo stupore per l’infinito, alla consapevolezza della tua inadeguatezza, alla vertiginosa sensazione fisica della mancanza di controllo - di un uragano, del tuo destino, della strada, dell’amore de/per gli altri.

Neal Cassady
Ma non posso fare a meno di chiedermi come appaia, questo film, a chi non abbia letto “Sulla strada”, a chi non conosca il contesto storico della storia, a chi non conosca la storia del romanzo stesso. Una storia che è parte della storia dell’autore come persona, ma anche della storia dell’autore come autore, perché attraverso le molte e successive stesure Kerouac ha scritto altri romanzi, ha cambiato e ricambiato modo di scrivere perfezionando e definendo uno stile unico e innovativo, alla ricerca del modo più efficace e più intenso per comunicare. Conoscere queste cose ci fa riflettere sul fatto che “Sulla strada” non è un semplice diario di viaggio o almeno non di quel viaggio apparente che tutti noi ricordiamo quando pensiamo al romanzo. Come indica John Leland, Kerouac era prima di tutto un narratore, un romanziere; e la storia che ci racconta è densa di significati: è la storia di una ricerca e di una sconfitta, di una speranza di illusione e di una disillusione prima di tutto esistenziale a cui nulla sembra poter porre rimedio.
E il film si guarda per partecipare con il protagonista a questo viaggio prima di tutto interiore, per ascoltare Dean e vedere se anche noi ne siamo affascinati, per sentire i brividi, ancora una volta (dopo lo splendido film “L’urlo”) dei versi di Ginsberg. Per essere anche noi incantati dalla tigre selvaggia negli occhi di Neal Cassady e per staccarcene infine con la malinconia della sconfitta, ricordandoci che sulla strada c’è solo la strada e che ogni viaggio ci rende un po’ più soli e forse un po’ più dolorosamente consapevoli.
Allen Ginsberg
Resta il fatto che vedere questo film senza sapere proprio nulla, ad ex che Sal Paradiso è in realtà Jack Kerouac, l’autore del romanzo; che Dean è Neal Cassady (a sua volta uno scrittore), che Carlo Marx è Allen Ginsberg; senza conoscere la musica, i pregiudizi e la mentalità dell’epoca, temo sia un peccato. Temo cioè che lo spettatore si perda molto. La mia speranza sarebbe che il film sia così affascinante da spingere lo spettatore casuale a cercare di saperne di più; a voler capire meglio.
Perché quella sottile inquietudine, quel senso di smarrimento e inadeguatezza che oggi condividiamo viene dritto da lì:  e se anche ci siamo sentiti a volte come diretti a folle velocità verso la California, dove siamo davvero è a New York, mentre andiamo a sentire Duke Ellington. Siamo sempre stati qui, tornati a casa senza avere trovato niente se non la nostra incapacità di risolvere i problemi e di tenerci strette le persone che amiamo.

Denise Bresci