lunedì 27 aprile 2015

Il Mestiere di Scrivere - Intervista a Paolo Zardi

Paolo Zardi
Paolo Zardi è uno scrittore italiano, autore di racconti e romanzi. Ha pubblicato, nell'ordine: Antropometria (Neo Edizioni, 2010 - racconti), La felicità esiste (Alet, 2012 - romanzo), Il giorno che diventammo umani (Neo Edizioni, 2013 - racconti), Il Signor Bovary (Intermezzi, 2014 - romanzo breve), XXI Secolo (Neo Edizioni, 2015 - romanzo). Ha partecipato a diverse raccolte di racconti e suoi racconti sono stati pubblicati su Primo Amore, Rivista Inutile e Nuovi Argomenti. Il suo racconto “Sei minuti”,  tratto da Antropometria è stato pubblicato nella sua versione inglese sulla rivista Lunch Ticket dell’Università di Antioch (Los Angeles). Se volete leggere Zardi sul web, il suo blog è grafemi.wordpress.com.Su questo blog abbiamo avuto il piacere di recensire tra i primi Antropometria (dicembre 2011), lo abbiamo seguito ancora nella sua successiva antologia (Il giorno che diventammo umani) e nel suo ultimo romanzo, appena passato nella magica dozzina dei semifinalisti al premio Strega 2015. Gli abbiamo così chiesto se potevamo intervistarlo e lui si è gentilmente prestato alle nostre domande. Buona lettura!
Denise Bresci




Una volta ho sentito dire 'PZ e' il miglior scrittore (vivente) di racconti italiano' da un giovane appassionato di letteratura. Abbandonando la modestia, pensi sia vero? Ci sono racconti di autori italiani che davvero ti piacciano, che consiglieresti ad un amico lettore con i tuoi gusti?

L'affermazione del giovane appassionato di letteratura, che tra l'altro è pure lui uno scrittore di racconti e romanzi, mi lusinga ma credo che il mondo della letteratura, e dell'arte in generale, non si presti a definizioni così assolute: chi legge esprime un particolare punto di vista che va poi confrontato con tutti gli altri.
Nel panorama degli scrittori italiani di racconti, ho amato molto “Paese bello” di Stefano Sgambati, uscito per Intermezzi, e un gioiello di rara bellezza, che è “Rubare il tempo all'allegria” di Marina Sangiorgi, un'autrice incredibilmente raffinata e capace.

Se allarghiamo gli orizzonti (includendo la letteratura straniera) di quali autori in particolare apprezzi i racconti?

I miei punti di riferimento, nel campo dei racconti, sono quattro: Cechov, Flannery O'Connor, Kafka e David Foster Wallace. Sono autori completamente diversi tra loro, ma tutti e quattro avevano un'idea molto chiara di quello che volevano realizzare attraverso il racconto breve (e non è un caso che tutti e quattro abbiano dato il meglio di sé proprio su questa lunghezza). In generale, adoro la capacità di alcuni scrittori americani del ventesimo secolo (Salinger, Nathanael West, Updike)  di saper fondere insieme una leggerezza luminosa con una profondità abbacinante.

Sei il tipo di scrittore che cerca di scrivere quello che ama leggere, o come lettore apprezzi cose che non scriveresti?

Sicuramente appartengo alla prima categoria: l'unico lettore a cui penso, mentre scrivo, è il me stesso che legge. Non vorrei mai scrivere qualcosa che poi non leggerei, e se leggo qualcosa che mi piace, quel qualcosa finisce inevitabilmente tra le cose che vorrei scrivere.

Qual e' secondo te il racconto migliore tra quelli che hai scritto? E quale manderesti ad un premio internazionale, se esistesse un'occasione per farlo?

Mi piacerebbe dire che il mio racconto migliore è il prossimo che scriverò, ma dovendo scegliere tra quelli che ho scritto direi “Futuro anteriore” (da Antropometria), in cui la forma sostiene il contenuto, e “Il bacio” (da Il giorno che diventammo umani), che fonde in un'unica storia tutti i temi che sento vicini. A livello internazionale, è stato già tradotto “Sei minuti”, racconto di apertura di Antropometria che mi pare abbia ricevuto qualche consenso; e se dovessi partecipare a un premio, manderei “Centocinque”, la storia di un uomo che non riesce a morire.

Ti piace di più scrivere racconti o romanzi?

Mi piace scrivere tout court – costruire storie, di qualsiasi lunghezza. Ogni “formato” dà un piacere diverso. Il racconto è come sistemare un'amaca in giardino, un'attività che richiede un po' di perizia ma della quale si può godere subito; un romanzo, invece, assomiglia alla costruzione di una casa, dove ogni errore iniziale ha impatti potenzialmente fatali sull'esito complessivo del progetto: se però si arriva alla fine, è bello entrare in uno spazio che hai costruito con le tue mani.

Quando ti accingi a scrivere un'opera, racconto o romanzo, scrivi puntando al tuo 'capolavoro' ogni volta, o invece tendi a dare voce alla tua idea senza pensare che deve essere sempre e per forza il tuo 'capolavoro'?

Quando scrivo, cerco di realizzare nel modo più fedele possibile l'idea che avevo in mente. Con i dovuti paragoni, si tratta di uno sforzo in stile michelangiolesco: togliere tutte le parole in più per arrivare a una storia che esisteva fin dall'inizio, nascosta là dentro. Sono quindi piuttosto rigoroso, nella realizzazione, ma ogni storia ha una vita a sé e non compete con le altre per arrivare a un qualche risultato assoluto.

Scrivi ovunque, con qualunque mezzo, o hai bisogno di un certo ambiente (orario, musica, luogo)?

Scrivo praticamente solo in treno, la mattina presto quando parto, e la sera, mentre torno a casa. Mi piace il fatto che il tempo sia delimitato in modo così preciso – lo trovo stimolante. Ascolto musica, un po' di tutto, anche se ultimamente tendo a preferire il silenzio. Del treno mi piace quella sensazione di sospensione temporale, di distanza dalla vita quotidiana, di solitudine. Chatwin diceva, nel bellissimo libro “Le vie dei canti” che il linguaggio è nato nel movimento, durante gli spostamenti – immagina un bambino sulle spalle della madre intento a dare un nome alle cose che osserva, come Adamo nel giardino dell'Eden. Raccontare una storia e intanto guardare il mondo che scorre dietro al finestrino è un'esperienza naturale e antica.

Quando devi scrivere una scena, una parte di cui hai chiaro lo svolgimento, cerchi di pensare tutto prima di scrivere (dettagli, magari frasi addirittura) o inizi a scrivere e ti lasci guidare dal flusso?

Sì, la gestazione delle storie, delle singole scene, è molto lunga e può durare anche anni, in certi casi. Quando arrivo a scrivere, so esattamente quello che voglio ottenere; poi, però, succede spesso che io mi lasci trascinare dalla scrittura, dalle idee che le parole scelte producono, richiamano, suggeriscono. E' un approccio ibrido: una lunga preparazione, che però non mi vincola fino in fondo.


Il tuo romanzo candidato allo Strega e' ambientato nel futuro: leggendolo, pero', e' chiaro che poteva essere ambientato anche nel tempo presente. Non hai temuto di essere etichettato come fantascienza ed essere snobbato dall'ambiente letterario o da quei lettori che quando vedono 'ambientato in un futuro...' posano il libro e passano oltre?

La mia intenzione non era quella di scrivere un romanzo di fantascienza ma un libro che portasse alle sue estreme conseguenze il declino generale che abbiamo intravisto nei primi anni di questo secolo. Nel romanzo non compaiono invenzioni straordinarie, non ci sono forme di governo che non si siano già viste, e le persone vivono una vita identica a quella che conduciamo noi oggi, piccoli borghesi, con l'inaspettata difficoltà ad arrivare a fine mese, tutti immersi in una precarietà che non è tanto lavorativa quando esistenziale – un futuro così contemporaneo che, ti confesso, a un certo punto ho avuto perfino l'impressione che se non avessi finito presto il libro, sarebbe uscito un romanzo storico...

Con XXI secolo ti sei, volente o nolente, inserito in un filone distopico di grande tradizione. Da Arancia Meccanica a 1984, da l'Eternauta a Un cantico per Leibowitz a La Strada (per citare solo le opere iperfamose e tralasciandone molti altri). Ti sei sentito frenato dal peso di quanti ti hanno preceduto o anzi, questa ricchezza ti e' servita da stimolo?

Conosco bene i libri che citi, che sono serviti da stimolo e da esempio durante la realizzazione del mio libro, ma sono capolavori talmente irraggiungibili che non mi sono mai posto il problema di dover reggere il peso del confronto: giochiamo in campionati diversi. Ma a questi libri, fondamentali per chiunque voglia scrivere un romanzo distopico, aggiungerei un film che, forse inaspettatamente, ha fornito una parte dell'immaginario per il mio ventunesimo secolo, che è “L'armata Brancaleone”. E' un film che parla di un mondo post apocalittico, dove persone straccione e senza futuro si muovono in un paese privo di qualsiasi punto di riferimento. La fine del mondo di cui parla XXI secolo è, in altre parole, qualcosa che l'Europa ha già sperimentato.

Nei tuoi scritti io vedo la volontà di portare temi importanti dentro la narrativa, di superare le storie, come si dice, ombelicali. Di confrontarsi con la realtà, con il cambiamento, da un punto di vista un po' più ampio: anche se in XXI secolo c'è una forte componente privata, molto sentita, l'idea e' che il personaggio alza la testa e guarda, riflette e pensa non solo a se stesso. Anche nei tuoi racconti - penso soprattutto ad Antropometria - i personaggi sono vivi, moderni: guardano la realtà e la riflettono, con le sue contraddizioni e bizzarrie. Pensi che i tempi siano maturi perché si possa scrivere di qualcosa che vada al di là delle patetiche storie sentimentali o dei peana narcisistici di tanti giovani 'talenti'?

Sono convinto che la letteratura sia nata quando un uomo ha alzato la testa al cielo e si è chiesto in che relazione stavano lui e l'universo nel quale era immerso. Le storie che mi interessano sono quelle che parlano dello scontro tra l'uomo e il mondo, e in particolare dell'impronta, della cicatrice, del solco, che il mondo lascia sull'uomo.

Quanto di te c'è nel protagonista di XXI secolo? Condividi le sue reazioni, i suoi pensieri o hai cercato di creare qualcuno 'altro da te'?

Il percorso di creazione di un personaggio, e di un libro in generale, passa necessariamente attraverso la propria esperienza, il proprio vissuto, le proprie inclinazioni. Tuttavia, non esiste una corrispondenza così precisa tra me che scrivo e il personaggio principale del XXI secolo (confesso, invece, che in ogni libro mi concedo di comparire in un piccolo cameo che solo chi mi conosce bene riesce a individuare). E' costruito con i mattoncini che compongono la mia vita, ma il loro assemblaggio mette in moto creature nuove: il rapporto con il personaggio senza nome di XXI secolo è di una leggera parentela – penso a loro come cugini, o vecchi zii che non vedo da molto tempo ma ai quali sono particolarmente affezionato.

Se dovessi sposare una tradizione letteraria occidentale, quale sceglieresti (americana, francese, inglese, russa, …)

Se elenco i nomi degli autori che amo, mi rendo conto che non sono interessato a una tradizione su base, diciamo così, nazionale o linguistica, ma a un filo nascosto che unisce autori vissuti in epoche e nazioni diverse. Amo Flaubert, un francese, e Nabokov, un russo che ha dovuto girare il mondo, l'americano ed ebreo Philip Roth, l'inglese Martin Amis, e Céline, un altro francese molto distante da Flaubert, il tedesco Kafka, l'argentino Borges. Qualcosa li tiene insieme – e quel qualcosa, al quale non so dare un nome, è il nucleo della letteratura che piace a me.

Hai qualche progetto vicino o lontano di cui vuoi/puoi parlare?

A metà maggio uscirà un mio racconto in una bella raccolta pop curata da Las Vegas; a fine maggio, invece, vedrà la luce per i tipi della Galaad una raccolta di racconti che ho curato personalmente, e che vede venti autori cimentarsi con un tema che mi è caro, cioè l'amore ai tempi dell'apocalisse. Nei prossimi mesi, poi, avrò l'onore di vedere pubblicato un mio racconto lungo per Feltrinelli; e nel 2016 dovrebbe uscire un nuovo romanzo, scritto prima di XXI secolo, che parlerà di eutanasia, lavoro, religione e identità. Nel frattempo, sto scrivendo alcuni racconti e cerco di portare avanti il progetto di un nuovo romanzo. Il tempo è sempre pochissimo, ma scrivere mi definisce, non potrei proprio farne a meno.

giovedì 9 aprile 2015

XXI Secolo di Paolo Zardi – Vita di un commesso viaggiatore


Abbiamo già avuto più volte occasione di occuparci di Paolo Zardi, uno dei fenomeni più interessanti della narrativa italiana contemporanea.
‘XXI secolo’, romanzo di ambientazione appena futuribile, edito dai coraggiosi amici di Neo Edizioni, candidato al Premio Strega grazie all’endorsement di un grande come Giancarlo De Cataldo, è la sua opera più ambiziosa e completa.

Che cos’è ‘XXI Secolo’? È la cronistoria del crollo della Galassia Centrale, di quella civiltà occidentale nella quale abitiamo e che ci pare eterna e immutabile, convinti, come siamo, dell’ormai realizzata ‘Fine della Storia’ e del conseguente ‘Trionfo della Democrazia Liberale’, per dirla con Fukuyama. Crollo visto attraverso gli occhi di uno di noi, un borghese piccolo piccolo, rappresentante di quella classe media che viene spazzata via dai terremoti della Storia ma anche dalle sue minime scosse di assestamento.

Sapeva di essere un uomo comune – un buon venditore, un padre affettuoso, un marito discreto

Le condizioni minime della convivenza civile vengono meno; le speranze degli anni ’70, le promesse degli anni’80, le certezze degli anni ’90 cedono il passo al crollo degli anni zero. Zardi ricollega ai corpi fisici il disagio, se non la morte, del corpo sociale.

La tristezza e il declino, la tristezza per il declino. I linfonodi, il cuore, il sistema nervoso, il tratto gastrointestinale non ci credevano più, e iniziavano a remare contro. I corpi cercavano il conforto della resa.

Solo il personaggio principale si oppone in modo donchisciottesco all’abbandono generalizzato del corpo sociale, dei corpi fisici, del corpo della stessa moglie. Si oppone tramite le modalità che conosce: lavorando, conservando l’esistente, preservando quel poco che è rimasto come se fosse molto.

L’amore tout court. E il focolare, ecco, quel camino nel quale lui metteva la legna e lei soffiava.

E’ possibile opporsi al cambiamento, all’entropia, al degrado del corpo come delle relazioni personali e sociali? Forse è inutile, di certo è possibile.

Almeno i figli. Almeno loro. Non li aveva messi al mondo con la speranza di essere salvato?

‘XXI Secolo’ non è un romanzo che passi senza lasciare segni: è frutto di una visione potente e avvolgente. Inoltre, vista la chiara citazione (che non anticipo per non guastare il gusto della lettura) dell’omonimo racconto pubblicato su ‘Nuovi Argomenti’, forse non sarà neppure l’ultimo capitolo di questa storia.

L’Occidente stava morendo, ma lui era ancora vivo.

Ugo Polli

lunedì 9 marzo 2015

La casa degli anonimi di Giovanni Agnoloni - Fino all'inizio del mondo


Leggendo avidamente questo romanzo (perché invero si legge con avidità), non ho potuto evitare che riaffiorasse alla mia memoria l'atmosfera del film di Wenders Fino alla fine del mondo. Ovviamente solo l'atmosfera, perché la storia che ci racconta Agnoloni è davvero molto originale, diversa da quanto siamo abituati ad incontrare tanto nella cultura pop come in quella "alta"; tuttavia, quelle cose che in quel film avevo amato, qui sono presenti: l'atmosfera rarefatta di alcuni scenari, il senso di attesa, l'ampiezza dell'orizzonte narrativo.

La storia, come si diceva, è ampia: iniziata in "Sentieri di notte", arricchitasi con lo spin-off "Partita di anime", qui si rivela pienamente matura. Articolata in una serie di thread narrativi, accoglie il lettore in ognuno di questi "mondi" separati sia a livello geografico che di personaggi, tenendolo però sempre per mano, come se da una casa dalle mille finestre egli potesse scorgere i tanti microcosmi rappresentati da ognuno dei protagonisti (e da ognuno di noi) Il tono dolce e malinconico sussurra che questo è il nostro mondo: e le persone spaesate che lo abitano e vi agiscono nel romanzo siamo noi. Molte sono le riflessioni portate avanti dai personaggi - ma quello che è davvero interessante è il sentimento che li pervade e che basta da solo a comunicarci quel senso di "fine del mondo" che sentiamo davvero intorno a noi, ogni giorno.

Ma questa non è solo una storia di contemplazione: i personaggi iniziano ad agire, a trovare in se stessi o in altri la forza e le idee per mettersi in movimento, per smuovere dal di dentro quel pantano di coscienze spezzate, sole e indifese in cui ci muoviamo sciaguattando; perché la solitudine delle persone del romanzo, così più forte dalla perdita di internet, è quella che viviamo noi, che internet l'abbiamo ancora. E di cui forse non capiamo ancora il valore...
Ma noi sapremmo, in quel pantano, trovare l'uscita? Saremmo anche noi aiutati da un destino invisibile ma benevolo? Ed è davvero benevolo il destino che guida i personaggi?

Purtroppo per saperne di più dobbiamo aspettare il seguito- il capitolo conclusivo: speriamo sia un'attesa non troppo lunga!

Denise Bresci


domenica 14 dicembre 2014

SS.FF. - Che mi hai portato a fare su Trantor se non mi vuoi più bene? - una lettera aperta su un piccolo ma significativo evento.

Questo è un intervento scritto da Denise, appassionata lettrice (non necessariamente e non solamente di genere), amica di tanti altrettanto appassionati lettori, frequentatrice di convention dal 1988, maniaca di DFW e da poco tempo autrice essa stessa (spesso insieme a Ugo Polli); di alcuni racconti "transgender" se mi si passa il termine (noir, giallo-storico, horror-politico, fanta-stico/scienza?) e di un romanzo breve di fantascienza, letto molto di più dai lettori mainstream che da quelli di fantascienza...
Questo intervento nasce dalle interessanti discussioni - live con Ugo Polli e virtuali con tanti altri (amici anche in real life, o solo di fb) - intorno a quella che personalmente considero un evento-seme, un punto di svolta, un'occasione meravigliosa... la querelle NA: per sintetizzare - e per chi non c'era - la pubblicazione da parte della nota e prestigiosa rivista Nuovi Argomenti di un numero "ispirato alla SF italiana".
Perché voglio scrivere questo intervento? Perché penso, immodestamente, di poter scrivere al di sopra delle parti: sono molto più lettrice che scrittrice, conosco l'ambiente della SF dagli anni ’80, da quando non c'era Delos, Fantascienza.com, la Kipple, il Connettivismo etc..... Perché non ho una casa editrice, una rivista, non appartengo a nessun gruppo, a nessuna scuola - benché gli amici connettivisti mi abbiano adottato :-). Perché anche, pur conoscendo tutti "di qua", conosco alcuni anche "di là": Vanni Santoni alias Territorio Nemico che ho incontrato a Torino Una Sega - kermesse di reading collettivo scherzosamente anti-Salone di Torino e Paolo Zardi che ho conosciuto in un percorso diverso, tramite il suo libro di racconti Antropometria e gli editori della Neo Edizioni, conosciuti a loro volta ad una fiera del libro a Pisa.
Quindi incontri causati dall'amore per la lettura, per la narrativa, per la letteratura.
Tutto questo per sgombrare il campo da dubbi eventuali (Nessun Dubbio eh eh) sul perché o sul come...
Quello che a me interessa è provare ad esprimere il mio parere sulla questione "narrativa" e "narrativa di genere" in Italia e cercare di costruire un quadro comune, uno spazio comune, forse un linguaggio comune in cui gli interlocutori possano parlare. Perché la prima cosa che è per me ormai è chiara è che spesso le persone non trovano una via perché semplicemente parlano lingue differenti. Perché ciò che per uno è pregevole o prezioso, per l'altro è da aborrire e viceversa.. e non parlo della banale "questione di gusto". Confrontandomi in questi ultimi anni (e da sempre), come autore (e come lettore), con altri autori (e con altri lettori), da Ricciardiello ad Asciuti, da Cola a Vietti, da De Matteo a Mastrapasqua, da Santoni a Zardi, ho capito che -semplicemente - i criteri con cui ognuno realizza i propri oggetti narrativi sono differenti, tecnicamente differenti: si perseguono obiettivi diversi, si considerano difetti quelli che per altri sono pregi... E notate che non sto parlando del risultato: sto parlando di differenze di intenzione. E queste sono a mio avviso le più importanti: infatti potrebbe addirittura accadere che un lavoro di un autore A sia molto apprezzato da un lettore B ... per motivi del tutto diversi da quelli per cui A ha deciso che il suo lavoro fosse buono e valesse la pena di essere completato...
Il punto è che il lettore consapevole (ammesso che esista) sa benissimo cosa gli piace e perché. E man mano che evolve, nella sua ricerca e nella sua esperienza, diviene sempre più capace di capire cosa gli interessa e cosa no.
Il primo punto che un autore deve risolvere, secondo me è: qual'è il tipo di lettore consapevole che può amare quello che io scrivo?

Se andiamo a vedere bene, sia il lettore di Volo sia il lettore di Eco sono lettori consapevoli. Anche i lettori dei romanzi del premio Strega. E anche i lettori di Urania. Sono solo lettori diversi, che cercano cose diverse. Ma sono (per la maggior parte) lettori consapevoli che hanno chiaro cosa è "buono" per loro e cosa no. Cosa piace a loro e cosa no. E io sono convinta che sì, ci siano partigianerie, gruppi prezzolati, strategie di marketing... non sono ingenua: ma alla fine, quali che siano i motivi per cui un lettore "apprezza" qualcosa, resta un lettore che "apprezza" quella cosa e la difenderà a scapito di altre. Che sia intellettualmente onesto o no, non ha davvero importanza. Pensateci.
Quindi: abbiamo diverse classi di lettori. E su queste si mappano diverse classi di scrittori, perché comunque uno scrittore è  - deve essere - prima di tutto un lettore. Tipicamente cercherà di scrivere ciò che ama leggere. Anche no. Di nuovo, non ha importanza. Ha importanza però quali siano i suoi obiettivi, quali cose ricerchi: realismo? moralismo? divulgazione scientifica? esercizio di stile? mattoncini accademici da inserire nella storia della letteratura? la dimostrazione della propria cultura? la dimostrazione che si sappia cosa sia il postmodernismo? che lo si conosce ma si è vista una strada per superarlo? l'ambizione ad un premio? la soddisfazione del pubblico di una certa rivista? di una certa comunità? di un certo ambiente?
Secondo me chiunque scriva ha in mente - non può essere altrimenti - un obiettivo: scrivere il proprio capolavoro (! ex: Dan Simmons), vincere il premio Kipple o il premio Strega o un concorso con premi in denaro, pubblicare sul New Yorker o sulla Harper...

Prendere atto del relativismo ci aiuta a capire chi abbiamo davanti quando scriviamo: consideriamo quanto leggiamo sul web, in forma di critica o anche di semplici impressioni o di recensioni; si può trovare praticamente qualunque affermazione su singoli romanzi o singoli autori. Se immaginassimo una sola persona che scrive tutti questi commenti, immagineremmo uno schizofrenico... se uno dovesse cercare lì, in questa opinione "del web" un orientamento per capire cosa sia "meglio" e cosa sia "peggio" impazzirebbe... ... e non parlo di "lobby"; ho visto molte affermazioni davvero sincere che appaiono incredibili... ho letto e sentito persone davvero in buona fede difendere o attaccare diversi 'oggetti narrativi' per motivi che altri nemmeno comprenderebbero... Il background dei lettori è diverso, quello che viene da loro cercato è diverso. Tutti questi "tipi di lettore" partizionano l'insieme totale in una serie di sottoinsiemi.
Ognuno di noi sa cosa ama leggere e sa cosa scrive, cosa può scrivere... e può collocarsi in uno dei sottoinsiemi. Qual è il problema, allora?
Il problema è che questi insiemi sono normalmente chiusi: è difficile migrare da uno all'altro. Ed eccoci al casus belli: scrittori che scrivono per Robot (e Kipple e Urania etc..) non scrivono per NA (e altre riviste di quel tipo) e viceversa. Semplicemente non succede. Sono sottoinsiemi che o si ignorano o si conoscono ma non comunicano.

Quindi ognuno ha la sua nicchia? il suo ghetto? la sua piccola cerchia di plaudenti? no, io vorrei che non fosse così. Vorrei leggere buoni racconti tout court. E secondo me il confronto fra autori può solo migliorare la qualità degli oggetti narrativi prodotti: ci sono lettori e autori che apprezzano Simmons e Peace, Wallace e King, Vidal, De Lillo, Ellroy e Herbert, Farmer, Dick,Wolfe, Lethem e Delany. Ci sono lettori per cui è importante l'originalità della struttura, la raffinatezza della lingua: ma anche la forza della storia, la profondità della riflessione. Il rispetto per il lettore: il lettore vuole storie e personaggi; motivazioni, urgenze. Noccioli. Un racconto riuscito è una piccola opera d'arte, qualcosa che resta dentro, qualcosa che è piccolo perché l'autore ha tolto tutto quello che non serve. Ed è rimasto solo l'essenziale. Ogni occasione che abbiamo di pubblicare un racconto dovrebbe spingerci a scrivere il nostro miglior racconto: il "Per sempre lassù" della nostra vita.
Possiamo almeno provarci? La fantascienza non deve essere un alibi per rinunciare in partenza a scrivere bene. La storia della letteratura di sf più recente dipana una teoria di opere eccezionali: dopo Dick e Ballard e Shiner e Delany... ci sono stati Gibson, Sterling, Stephenson, Simmons, Lethem, Stross, China Mieville e... Wallace... e quanti altri?
Abbiamo bisogno di confrontarci con il meglio negli altri per tirare fuori il meglio da noi. E di staccarci dai cliché, cioè da quelle idee che sono state così buone da diventare ormai topoi del genere. Dobbiamo superarle. E questo è difficile: è difficile per chi non le conosce, ché rischia di proporre come nuovo (che sia uno stile, un'idea, una suggestione) quello che già esiste e già è stato rivisitato e già costituisce quanto si vuole superare; ma anche per chi le conosce, ché rischia di ripetere più o meno consapevolmente ciò che permea profondamente il suo background culturale.
C'è un lettore che vorrebbe leggere, su Robot - come su NA - racconti di questo tipo, che vorrebbe scrivere all'autore: "Scrivi come Ellroy". "Mi ha ricordato De Lillo". "Ho colto il riferimento a Delany". "Bel superamento della tematica dickiana ...". Un lettore che vorrebbe vedere quel vento di cambiamento - nello stile, nei temi - che da sempre ha caratterizzato la sf: un lettore che non vuole opere che "sembrino di …” né opere che "prescindano da …”. Autori innovatori e bravi.
Questo lettore secondo me esiste. Intanto ci sono io. E poi c’è Ugo Polli. E magari De Matteo. E magari Agnoloni. E Mastrapasqua. E Zoon. E Cola. E Vietti. E Zardi? E Santoni? 
Non siamo mostri. Secondo me ci sono altri come noi. A me piacerebbe cercarli insieme.



Denise Bresci

mercoledì 10 settembre 2014

Bestiale Copernicana di TeatrInGestAzione - Eclissi, Orbite e Rivoluzioni




«C'est une Révolte?» «Non, Sire, c'est une révolution»
(Dialogo fra Luigi XVI e il duca di Liancourt alla notizia della caduta della Bastiglia)

La rivoluzione è sempre tre quarti fantasia e per un quarto realtà
(Michail Bakunin)

Chi, consistendo nel luogo e nel tempo, libererà le ragioni delle idee dal luogo e dal tempo, si conformerà agli enti divini (Giordano Bruno)








Partiamo da una domanda, come farebbe Anna Gesualdi.

Che cosa sarà mai, questo teatro?
Una cosa che si ascolta, dove voci profonde e ben modulate arringano la folla?
Un evento che stupisce gli astanti con straordinarie coreografie e macchine di scena (“O' Teatro”, lo definirebbe Giovanni Trono)?
Un posto dove ti portano con la tua classe e dove oggi devi spegnere il cellulare sennò la professoressa si incazza?
Un rito misterico e misterioso, iniziatico e antichissimo, presocratico, addirittura preistorico, rivolto a pochi eletti?

Se le cose stanno così, rassegnamoci pure: il teatro è morto o, al più, è una succursale del cinema.
Proviamo a riformulare la domanda.

Che dovrebbe essere mai, OGGI, questo teatro?
La radice è theaomai, osservare. Chi osserva cosa? Nella visione tolemaica gli spettatori osservano un luogo, il palco, dove si svolge la finzione. E' ancora questa l'unica visione possibile?

Forse no.

“Agli albori del XVI sec., Mikołaj Kopernik intuisce il moto della terra attorno al sole. Un’intuizione che debitamente comprovata, difesa, divulgata riscrive le coordinate che determinano la nostra relazione con l’universo: non più centro immobile di un universo che si muove attorno a noi, ma membro fra le membra di un corpo collettivo, il cui movimento inevitabilmente ci coinvolge. Con questa intuizione inizia la storia di un nuovo modo di veder-ci e di guardare il mondo. Un guardare capace di non separare. Un guardare che si fonda in una nuova consapevolezza dell’uomo, che si riconosce materia indistinguibile dalla materia in cui siamo invischiati, atomi tra gli atomi, sostanza incrostata d’animale e di stelle. Un modo di percepire l’uomo e di disegnare la sua relazione con il cosmo, di cui forse l’uomo contemporaneo ancora non ha realizzato pienamente la destinazione e che ci indica la direzione dell’uomo da fondare: quell’uomo capace di vedere, pensare ed agire non come singolo, ma come corpo sociale. L’identità a venire di individui che lasciano continuamente ri-disegnare il perimetro del proprio sé e la traiettoria del proprio agire dalle relazioni di cui sono parte.

Copernico operò così una frattura nel nostro modo di vedere che ha sovvertito la gerarchia fra soggetto e oggetto della visione facendoci riconoscere corpi fra i corpi, parte “guardante” della materia guardata. E’ questo ribaltarsi della visione che vogliamo mettere in pratica sottraendo lo spettacolo allo spettatore per farci costruttori di uno spazio che ci accolga tutti testimoni di una visione. E’ su questo momento “genetico” della fondazione che vogliamo riflettere, andando ad indagare i processi che, in diversi ambiti del sapere (scienza, filosofia, spiritualità) hanno dato vita a quei ribaltamenti, sovvertimenti del nostro percepire, a quelle visioni copernicane, bestiali, che hanno liberato una nuova possibilità di intenderci uomini e di progettare il nostro agire. Abbiamo rivolto il nostro studio ai maestri della visione, cercando di comprendere quali processi li hanno portati a “vedere“ in modo nuovo e cosa della loro visione ci consegni un compito di fondazione. Ciascuna di queste visioni, contiene, probabilmente, come quella di Copernico un inizio, intuito, ma non ancora realizzato. Ad esse vogliamo guardare, cercando di tratteggiare il mistero dell’inizio nel suo presentarsi allo sguardo. Nel suo fondare un uomo nuovo capace di un nuovo modo di esercitare lo sguardo.” www.teatringestazione.com


E' possibile una rivoluzione copernicana dell'esperienza teatrale, in cui la passività dello spettatore e il geocentrismo del palco siano messi in crisi e spazzati via una volta per tutte?
Finalmente una domanda alla quale posso rispondere perché l'ho visto succedere.
Sì. E' possibile.
“Bestiale Copernicana” di TeatrInGestAzione è proprio questo: la visione di un'alternativa vera e di una ricerca sincera e priva di compromessi, lontana anni luce dalla rappresentazione. E' una boccata d'aria fresca e un barlume di speranza per chi al teatro tiene sul serio. Per chi, come Giovanni Trono, Anna Gesualdi e Alessia Mete, non si rassegna all'idea che resti compresso in schemi che ne determinano l'asfissia o che si ritiri nella torre d'avorio dell'incomunicabilità.


“Bestiale Copernicana” - un progetto di TeatrInGestAzione Gesualdi Trono

Ugo Polli



giovedì 3 luglio 2014

Il Cardellino di Donna Tartt - La vita appesa a un filo



Un attentato in un museo di New York sconvolgerà la vita di Theo Decker, il protagonista del romanzo; Theo rimarrà orfano e, durante i minuti trascorsi tra i detriti dell’esplosione, incontrerà un vecchio morente che gli consegnerà un anello, un indirizzo e lo inciterà a salvare dalle macerie una piccola tela di un grande maestro fiammingo: « Il cardellino » di Carel Fabritius, del quale la maggior parte delle opere è scomparsa nell’incendio di Delft del 1654.


Proprio quella tela sarà il fil rouge di tutta la storia.
Trattasi di un romanzo iniziatico alla Dickens che ci trasporterà da New York, passando per Las Vegas, ad Amsterdam, seguendo le vicissitudini di Teo per circa quindici anni; entreremo nell’animo più profondo del personaggio, con lui vivremo momenti di tristezza assoluta, di vuoto, di paura, di amore e di amicizia.
Carel Fabritius autoritratto
Come quel piccolo cardellino, dipinto da Carel Fabritius, legato alla sottile catenella che gli impedisce di spiccare il volo, Theo sarà prigioniero del suo destino, prigioniero delle droghe, della sua angoscia, del suo dolore.
Donna Tartt ci ha regalato uno splendido  romanzo che parla della solitudine, dell'amicizia, dell'incertezza della vita, della realtà e dell'illusione della fuga e della prigionia.

Rita La Tulipe                     

domenica 27 aprile 2014

Partita di Anime di Giovanni Agnoloni - Giocando a scacchi con Maya


Ho 'dovuto' leggere Partita di anime, in quanto spin-off di Sentieri di notte, il romanzo di esordio di Giovanni Agnoloni. Non sapevo cosa aspettarmi, la natura stessa di spin-off mi incuriosiva e lasciava presagire comunque qualcosa di originale. E da questo punto di vista senz'altro le attese non sono state deluse. Il mistero sul contenuto (sarà un seguito? una storia parallela?) e l'aspettativa curiosa sulla struttura sono state ben ripagate da un'opera originale nell'uno quanto nell'altra. 
Considero di non rovinare la sorpresa ai lettori rivelando che lo spin-off è in pratica costituito da una coppia di racconti, introdotti con un espediente narrativo classico ma ben incastonato nell'universo narrativo di Sentieri di Notte dal tono accorato e malinconico che abbiamo conosciuto nel romanzo.
I due racconti, uno lungo e uno molto breve, narrano due storie slegate ma pervase da una comune atmosfera, quella di un mondo appena prima o appena dopo il grande vuoto che costituisce l'Evento della trilogia in fase di completamento. Sono tasselli che mostrano nuovi velati squarci sulla realtà che Agnoloni cerca di affrescare con questa opera multipla (il secondo volume dovrebbe uscire alla fine del 2014): una realtà in via di sfaldamento, alterata non solo e non tanto nella percezione psicologica dei personaggi, ma anche e soprattutto nella sua fisicità spirituale e quindi metafisica. Agnoloni prova qui un'operazione arditissima: scrivere un racconto giallo, un vero giallo con omicidio e necessaria investigazione, e risolverlo sì secondo i canoni classici ma utilizzando le caratteristiche alterate di un mondo altro (il nostro, ma futuro). Si tratta quindi di un'operazione in cui il topos letterario del giallo viene infine stravolto perché trasportato in un continuum metafisico, pur potendo rimanere classico nel suo impianto. 

Il secondo racconto è più lirico, più intimo: e tuttavia anche lì emerge forte l'elemento che più caratterizza il senso dell'opera multipla tutta. L'istanziazione, nel mondo reale, nelle forme più diverse, di tutta una serie di fenomeni spirituali, psicologici, metafisici; fenomeni che sembrano premere sui bordi del mondo fino infine a riversarvisi, dilagando, alterandone la natura e la struttura. 


Il mondo di cui ci parla Agnoloni, in questo spin-off come nel primo romanzo, è slabbrato e deformato nella sua intima fisicità: invaso da elementi altri che non sembrano però essergli alieni perché i personaggi appaiono riconoscerli e accettarli come autentici. 
Come se davvero fossero sempre stati lì e fosse il resto, quello che chiamiamo realtà, ad essere solo un tenue velo. E strapparlo sia un attimo.

Denise Bresci

lunedì 10 febbraio 2014

Red or Dead by David Peace - If only I could start all over again






You'll see me at Anfield, John. And Anfield is not in England. Anfield is in Liverpool. And Liverpool is not in England. Liverpool is in a different country, John. In a different country, in a different league.








This book is about a man. And a ritual.

The ritual occurs every Sunday.


On Saturday 7 March, 1970, Leeds United Association Football Club came to Anfield, Liverpool. That afternoon, fifty-one thousand, four hundred and thirty-five folk came, too. Fifty-one thousand, four hundred and thirty-five folk to watch fifth play first. But that afternoon, fifth failed to score and first failed to score. And that afternoon, fifth drew nil-nil with first. And that evening, first were still first. And fifth were still fifth.


This book is about a man and a ritual. And an obsession.

The obsession is. Win.


What do you see in these hands, son? What do you see?

Nothing, said Emlyn Hughes. Nothing, Boss.

Bill nodded. And Bill said, You get nothing for coming second, son. Because if you are second, you are nothing. You are nowhere -

First is first. Second is nowhere.


The obsession is. Don't fail.


Bill knew failure could become habitual, defeat become routine. Routine and familiar. Familiar and accepted. Accepted and permanent. Permanent and imprisoning. Imprisoning and suffocating. Bill knew failure carried chains. Chains to bind you. You and your dreams. To bind you and your dreams alive. Bill knew defeat carried spades. Spades to bury you. You and your hopes. To bury you and your hopes alive. Bill knew you had to fight against failure.




This book is about a man and a ritual and an obsession. And about love. Limitless.


But then who will you be, said the boys. If you come out to play, then who will you be, Bill? Which player will you be? 

Bill laughed. His heart beating. Beating and healed again. And Bill said, Liverpool, of course. I'll be Liverpool, boys.


This book is about a man and a ritual and an obsession and about a limitless love.

A returned love.

And this supporter, this supporter in his white boiler suit and his tall red hat, with tears down his face and despair in his voice, this supporter held Bill. Tighter, tighter. This supporter hugged Bill. Harder and harder. Squeezed him as though he would never let him go. And this supporter begged and pleaded and cried, Please don't go, Mr Shankly. Please don't leave us. Please stay, Mr Shankly. Please stay with us, please...


Ugo Polli